Viggiano

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Altitudine m 975
Abitanti 3188
Distanza dal capoluogo km 73

Etimo

Racioppi sostiene che in antiche carte Viggiano appare come Viziano, per cui il nome deriverebbe da Vettius o Vectius (Racioppi 1889, 79). È più plausibile, invece, che il toponimo sia una formazione prediale di un personale latino Vibius o Vivius, con l’aggiunta del suffisso aggettivale -anus indicante appartenenza.

Origine attestata

II paese appare già nei primi secoli dell’era cristiana come un pagus di Grumentum. Recenti scavi hanno portato alla luce interessanti reperti nel territorio di Viggiano, fra cui una fornace romana.

Storia

“Ho Tarpa al collo son viggianese;/ tutta la terra è il mio paese./ Come la rondine che lascia il nido/ passo cantando di lido in lido;/ e finché in seno mi batte il cor/ Dirò canzoni d’armi e d’amor”. Così canta il poeta. Questi versi di Pietro Paolo Parzanese fanno riferimento alle due componenti essenziali della storia e del carattere degli abitanti di  Viggiano: Tarpo, quindi la musica, e l’emigrazione, quindi la necessità del girovagare.

L’attività musicale fuori città ha inizio nella seconda metà del XVIII secolo quando alcuni contadini si recano a Napoli per allietare con canti, musiche e bal li il periodo della novena natalizia.
Lo testimoniano le numerose statuine riproducenti suonatori d’arpa e di violino posti nei presepi del Museo di S. Martino a Napoli. Tali figure sono inserite in contesti diversi che riflettono la realtà: taverne, piazze, vicoletti. Inoltre il loro abbigliamento rivela la matrice agro-pastorale.

Parallelamente allo sviluppo delle capacità musicali dei viggianesi, vi è l’accrescersi dell’arte della costruzione dell’arpa e della zampogna. La forma della prima riproduce il modello cinquecentesco: ha 12-14 corde ed è alta circa 80-90 centimetri; è senza pedaliera dovendo essere portata al collo da indivi dui in continuo movimento e che non hanno nessuna conoscenza della musica scritta.
La tradizione musicale viggianese è riflessa anche sui portali delle case le quali recano incise, in chiave di volta, lo strumento musicale suo nato dal padrone di casa.

Il musicista professionista prende il posto del cantastorie. La figura di un suo natore girovago con Tarpa in spalla è tipica del secolo scorso, mentre quella del professore di musica, violinista e arpista predomina nei primi decenni del Novecento (Spadafora 1997, 55-56). Numerosi sono i personaggi viggianesi affermatisi in questo campo. Il più conosciuto è Nicola Reale, costruttore di violini. Un suo pezzo è esposto al Museo di Washington e un altro è stato donato dall’ allora presidente americano Richard Nixon. Vanno inoltre ricordati Antonio Gerardi, prima viola della Boston Symphonie e della Filarmonica di New York; Candela, professore nel Conservatorio di Parigi; tra gli arpisti, Domenico Melillo del Metropolitan di New York e Prospero Miraglia dell’opera di Chicago e della Washington Symphonie.

Emigrano, però, non soltanto i musicanti e i musicisti, ma anche i contadini che per secoli non sono mai riusciti ad avere un fazzoletto di terra da coltivare e gli artigiani messi in ginocchio dal nuovo modello economico imposto dallo Stato unitario. Si calcola che dal 1884 al 1920 ben 4008 persone lasciano il paese. Muta, però, la destinazione: nella prima fase, anteriore al 1884, essi si recano nelle maggiori località d’Italia e d’Europa. Dopo tale data vanno in Asia, Africa (Egitto soprattutto), ma le mete preferite sono Australia e Stati Uniti.  Viggiano non è, però, soltanto paese di emigrazione. Secoli prima si è verificato un fenomeno contrario e cioè l’arrivo, in due ondate, di un consistente flusso di monaci bizantini, nel VII e nel IX secolo.

Alla seconda fase risale il monastero della Theotòkos di Atzopan, situato nei pressi di Viggiano. La fondazione avviene prima dell’anno 1000 se si considera che nel 1004 il cenobio è concesso al sa cerdote Nicola di V, (Fonseca 1996, 58). I monaci hanno introdotto qui la de vozione mariana che presto si innesta sulle antiche radici del culto a Cerere e alla dea egizia Iside, che a Grumento aveva un tempio. Leggenda vuole che all’epoca dell’invasione saracena in val d’Agri e con la di struzione di Grumentum, avvenuta tra l’877 e l’882, mentre il vescovo e alcuni sacerdoti fuggono con i libri sacri, gli abitanti pongono in salvo l’immagine della Vergine nascondendola sulla vetta del monte. Nel Trecento è ritrovata ad opera di pastori.

Consiste in un busto ligneo di colore olivastro-bruno simile ad una dea egizia anche nei tratti somatici. Esso viene successivamente sistemato in una statua policroma la cui figura è assisa su una sedia. Nel Seicento gli Spagnoli apportano delle modifiche per renderla simile alla Madonna di Montserrat. La sovraccaricano di un manto, sempre in legno, dipinto in oro zecchino; le pongono sulle ginocchia un Bambino benedicente. In suo onore viene edificato un piccolo santuario (XVI secolo) sul luogo del ritrovamento e al sito è dato il nome di Sacro Monte (1750 m).
In paese alla primitiva chiesa parrocchiale succede la nuova Chiesa Madre di S. Maria del Deposito, consacrata nel 1735. Il tempio ha un soffitto a cassettoni dipinto in oro zecchino. Il corpo della fabbrica è rettangolare e nelle navate laterali vi so no due sontuosi altari in stile barocco uno dei quali, a destra, è sormontato da una tela raffiguranteS. Cecilia, protettrice dei musicisti. La festa della Madonna si celebra due volte l’anno.