Viggianello

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Altitudine m 509
Abitanti 3890
Distanza dal capoluogo km 166

Etimo

II toponimo è un diminutivo di Viggiano. Questo è originato dal personale latino Vibius con l’aggiunta del suffisso aggettivale -anu.

Leggende di fondazione

Una regina barbara, a cavallo lungo le sponde del Mercure, si ferma per dissetarsi alle acque del fiume. Nel chinarsi le cade l’anello, unico ricordo del marito defunto. Un servitore fedele, impietosito dal pianto della sua signora, le promette di ritrovarlo. Dopo ore di ricerca, avvistato il gioiello, egli urla “vidi anello, Regina!”. Così, non lontano dal fiume, sorge il paese, il cui nome evoca le parole del servo; Nel III secolo a.C., i sopravvissuti alla seconda guerra punica si rifugiano nel la valle del Mercure dove fondano Viggianello.

Origine attestata

II paese è menzionato per la prima volta nella bolla del 1079 con la quale Alfano, arcivescovo di Salerno, indica di aver nominato l’abate Pietro vescovo della diocesi di Buxento alla quale è soggetto anche Viggianello.

Storia

Alle falde del Pollino, su un rilievo impervio e roccioso, immerso nel verde dei carpini, degli abeti, dei cerri e nel giallo delle ginestre sorge Viggianello.

E l’abete è al centro della festa principale! Esso viene tagliato, portato in paese, piantato nel centro della piazza, e adornato per fare da albero della cuccagna. Tutto è fatto in onore di Francesco da Paola santo protettore. Vi è anche un’altra festa ed è dedicata a S. Caterina di Alessandria (25-26 novembre). A lei è intitolata la Chiesa Madre. Le sue campane sono fuse con il bronzo di un atroce sarcofago in cui è rinchiusa la vergine fanciulla dai capelli scuri come l’ala di corvo, che sa dire di no ad un principe prepotente: “la voce della vergine per virtù di miracolo si imprime nel metallo, divenuta anima, per secoli” (Santoro 1925, 209).

La chiesa custodisce un fonte battesimale in alabastro (XVI secolo), alcuni af freschi e decorazioni in stucco raffiguranti il Martirio di S. Caterina (1929), opera di Alfonso Metallo. Nei tre punti di accesso al paese, quasi a proteggerlo, sono collocate tre cappelle intitolate rispettivamente a S. Sebastiano, a S. Lucia e alla SS. Trinità. Ad esse se ne affiancano numerose altre, disseminate nei rioni e nelle contrade, tra le quali S. Francesco, S. Maria Assunta e S. Maria della Grotta, S. Maria dell’Alto e S. Onofrio. Queste ultime due si trovano in contrada Pedali non lontane dalla chiesa fondata dai padri Colloritani dell’Ordine di S. Agostino. Questi fanno erigere anche i due monasteri, oggi inattivi, intitolati l’uno a S. Nicola da Talentino e l’altro alla Madonna di Loreto.

Ma Viggianello vanta anche la presenza dei monaci italo-greci che nel X secolo fondano un piccolo monastero di cui rimane solo la cappella della Trinità. La profonda religiosità degli abitanti è alimentata non solo dai monaci ma anche, fatto apparentemente insolito, dai feudatari. Primi tra questi gli Aragonesi che provvedono ad erigere la Chiesa Madre da essi concepita come strumento di controllo degli abitanti. I loro predecessori sono interessati invece a controllare, dal paese, la valle sotostante.

Inizialmente sono i Romani i quali probabilmente costruiscono il Castrum Bianelli. Lungo le pendici dell’altura su cui sorge il paese, nel 332 a.C. transita Alessandro il Molosso, il quale, vinti i Lucani, è in viaggio verso la Calabria. In cima all’altura, tra grovigli di edera e cespugli di ginestre, si scorgono i resti del Castello feudale, anch’esso costruito in posizione strategica. Nasce come roccaforte normanna.

Tuttavia modesto nella struttura, privo delle torri, dei barbacani e dei ponti levatoi che fortificano e proteggono i manieri della zona, ha le sembianze di un edificio comune. Con gli Angioini ne è proprietario Goffredo di Sarzin e nel 1435, quando subentrano nel regno gli Aragonesi, feudatario è il conte di Caiazzo Giovanni Francesco D’Aragona. Con la dinastia spagnola, che dura per ben due secoli, ha inizio la decadenza del paese. Due sono le cause: le catastrofi naturali, come la peste del 1656 e il terremoto del 1709, e l’ingordigia dei signori. Tra questi, i Bozzuto sono i più avidi discendenti del casato aragonese. Ad essi succedono i Sanseverino, ultimi feudatari fino alla legge ever siva della feudalità (1806).

Se è vera la leggenda che dall’alto del campanile le campane esaltano la gioia, il pianto, e l’agonia della fanciulla vergine, è pur vera un’altra leggenda che può essere considerata emblema del paese. A Viggianello dicono che “nella cantina del Castello dei principi di Bisignano, una serpe verde, sempre la stessa, viva e covi certe sue uova divenute di pietra. La serpe non può morire: le uova non possono schiudersi alla nascita dei serpentelli. È questa la figurazione più ardua e inconsapevole del destino di Viggianello: paesello di secoli, fermo nelle sue tradizioni e nel suo patriarcalismo, che non muore alla luce, e non può o non sa nascere al progresso” (Santoro 1925, 209). (m.t.)