Venosa

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Altitudine m 415
Abitanti 12.400
Distanza dal capoluogo km 69

Etimo

II termine latino Venusta, assieme all’etnico Venusio, indica un toponimo ben documentato nelle fonti classiche e medievali. La sua origine incerta è da as segnare al sostato. La forma -usia ricorre in altri toponimi risalenti al perio do prelatino. Secondo alcuni avrebbe la sua derivazione dal nome della divi nità Venus, Venere.

Leggenda di fondazione

Un’antica tradizione locale vuole V. fondata dall’eroe greco Diomede, prota gonista, nell’Iliade, del vittorioso assedio alla città di Troia. Questi approda in Italia con la sua nave trascinata da una tempesta. Giunto nel paese dei Dauni(Apulia), costruisce una città a cui da il nome di Venus per placare l’ira della dea da lui ferita durante la guerra di Troia (Frenkel 1934, 29).

Origine attestata

Nei pressi della cittadina, in località Notarchirico, è ubicato il Parco archeologico contenente numerosi reperti di epoche preistoriche. Fra questi vi sono i resti di un femore umano attribuito ad un individuo femminile risalente a circa 350.000 anni fa. Ad oggi tale frammento rappresenta la testimonianza più antica del tipo umano vissuto nell’Italia meridionale.

Storia

Roma conferisce a Venosa il titolo giuridico di municipium cioè di città romana a tutti gli effetti, con diritto di voto e di cittadinanza per i suoi abitanti. Il secondo periodo, dall’89 al 43 a.C., vede il rafforzamento della con dizione dell’appartenenza diretta a Roma e la nascita di Grazio. Il terzo va dal 43 a.C. ai primi secoli dell’era cristiana, quando Venosa gode di un periodo di floridezza particolare. Tale situazione determina un consistente aumento demografico, un allargamento dei confini fortificati e un incremento edilizio con l’edificazione di templi, palazzi e ville.

Di tutto questo sopravvivono poche tracce le uniche testimonianze sono i ruderi delle torme, di due domus e dell’anfiteatro. Le prime due, le torme e le domus, costituiscono il Parco archeologico nei pressi della chiesa della Trinità. Al periodo romano appartiene anche la fontana detta “La Romanesca”. Una leggenda po polare assegna poteri magici alla sua acqua, capace di ammaliare chiunque ne beva.

Venosa è stata, per molti secoli, una stazione della via Appia che congiungeva Roma a Brindisi. Ciò ha contribuito al perseguimento della prosperità economi ca da parte degli abitanti locali. In questo ambiente si sviluppa una fiorente comunità ebraica. È forse una delle più antiche d’Italia, dopo quella romana. I primi Ebrei giungono a Venosa già dopo il 70 d.C., anno della distruzione di Gerusalemme da parte di Tito. Essi si amalgamano con la popolazione locale. Anche dopo l’avvento del Cristianesimo, che alcuni sostengono introdotto dagli Ebrei, la loro condizione non muta affatto.

A riprova dei buoni rapporti esistenti tra le due comunità, le tombe dell’una e dell’altra sono poste fianco a fianco sotto il terreno della collina della Maddalena, a poca distanza dal centro abitato. Questa situazione è il riflesso di una pacifica e rispettosa convivenza anche in città, dove i due gruppi non risiedono in quartieri separati. Gli Ebrei non sono i soli a fare la fortuna economica della città. I Goti trasferiscono, per alcuni anni, il centro politico, amministrativo ed economico dal la vai d’Agri a Venosa  a partire dal 493 in poi (quindi lo spostano ad Acerenza).

I Saraceni non la risparmiano dal saccheggio dell’842 e nel 985.1 Longobardi mantengono Venosa fino a quando debbono cederla ai Bizantini, poi battuti nel 1041 presso il fiume Olivento dai Normanni di Arduino. E questi entra trionfante in Venosa. Nella spartizione delle conquiste fatte, la città spetta a Drogone d’Altavilla. Federico II le concede il privilegio di inglobarla nei possessi demaniali. Quando Venosa diventa feudo de gli Orsini, una donna di questa famiglia, Maria Donata, la porta in dote al suo sposo, Pino Del Balzo (1443).

Questi da un assetto urbanistico alla città e il momento più qualificante è la costruzione del Castello e della nuova Cattedrale. Il feudatario intende edificare un sito fortificato nel punto più debole del sistema difensivo della città. Lo individua nel luogo dove sorge la catte drale di S. Felice.Così, nel decennio 1460-1470, la chiesa viene demolita e al suo posto è costruito il Castello.

Ad esso viene conferita una fisionomia più accogliente e signorile dai Gesualdo, ai quali gli Aragonesi conferiscono il feudo e il titolo di principi di Venosa (1561). La città che li accoglie è ridotta ad appena 6000 abitanti contro i 18.000 del 1503. Causa della drammatica riduzione è la peste diffusasi proprio dagli ini zi del secolo. L’economia va a picco e le condizioni della gente sono miserevoli. Paradossalmente nasce in tale ambiente una ricca attività culturale, la cui sede principale è proprio il Castello. Al suo interno i signori, abili mecenati, accolgono numerosi artisti e intellettuali i quali danno vita all’Accademia dei Piacevoli e dei Soavi (1582); ad una Scuola di diritto; e, nel 1612, all’Accade mia dei Rinascenti.

Nasce qui il poeta Luigi Tansillo (1510-1580). Scrive vari poemetti il più im portante dei quali è II Podere. Le cose migliori sono le liriche in cui amore, dolore, slancio, elevazione spirituale, con esplosione della natura sono descritte con tono personale nuovo. In termini più complessi e raffinati agisce nel com porre musica vocale Carlo, principe di Venosa, divenuto il musicista che ha inno vato il madrigale ma ancor più ha inventato nuove regole espressive.

Dalla Scuola di diritto esce Giovanni Battista De Luca (1614-1683), creato cardinale nel 1683. Scrittore di importanti libri di diritto civile ed economico, feu dale e municipale, è uno dei primi ad affermare “che l’autorità delle leggi ci vili deve nascere dal consenso e dall’uso dei popoli”. A livello nazionale si afferma anche Vincenzo Tangorra (1866-1922), ministro del Tesoro del Regno d’Italia e il pittore Giovanni Di Chirico (seconda metà del XIX secolo) le cui opere sono presenti in molti musei d’Europa.

Ottimi architetti costruiscono Palazzo Calvino (oggi sede del Municipio) e Palazzo Dardes, entrambi nel Settecento. Cinque secoli prima Federico II fa edi ficare su un antico fortilizio longobardo (XI secolo) il Castello al quale assegna la funzione di tesoro del regno (ministero delle Finanze). Alla fine del Due cento questo Castello viene adibito a convento dagli Agostiniani ai quali su bentrano i padri Trinitari, i quali ancora oggi svolgono un lodevole e corag gioso lavoro con i disabili educandoli nel loro istituto.

Altri frati arrivano a Venosa. Già sono solidi e radicati al 980 i monaci greci nel monastero di S. Nicola di Morbano, che viene latinizzato nel XV secolo. Suore sono attestate nel 1177, segnalate in località Montarlo abitanti nel monastero di S. Benedetto. A S. Maria della Scala è intitolato l’altro monastero femmi nile extra moenia di cui si ha notizia nel 1310. Nel 1589 esso si trasferisce in città in seguito alle norme tridentine.

Ma l’ordine monastico che segna in modo particolare la vita economica ed artistica di Venosa è quello dei Benedettini. Essi vengono ad occupare, grazie ai Nor manni loro protettori, una chiesa paleocristiana costruita nel V-VI secolo sul le rovine di un tempio pagano dedicato ad Imene, protettore delle nozze. La fabbrica costituisce il nucleo originario su cui, qualche secolo dopo, si sviluppa la struttura dell’abbazia della SS. Trinità. “Questo importante insediamento cristiano fu senz’auro favorito dal clima tollerante e cosmopolita della Veno sa romana che già ospitava culti per deità straniere quali Mitra, Iside e Yah-veh” (Mezzina 1977, 27).

La data di costruzione del complesso dedicato alla Trinità non è certa. Da al cune fonti storiche si ricava che, nel 942, il longobardo ludulfo sceglie proprio Venosa per farsi monaco benedettino (Pedìo 1998, I, 72). Quindi edifica un monastero sul lato destro della chiesa. Altri studiosi ritengono che a fonda re la chiesa sia Drogone d’Altavilla nel 1059 (Fortunato 1968, I, 170). È co munque certo che la venuta dei Normanni porta il complesso ad un periodo di splendore e da un impulso alla diffusione del Cristianesimo in tutta la zo na del Vùlture.

La chiesa viene consacrata e trasformata in abbazia da papa Niccolo II il 17 agosto del 1059. Nel 1096 essa perde la sua autonomia in quando dipende dal l’abate di Cava, prima, e quindi dal cenobio di Montecassino. Fra le molteplici donazioni da parte di signori vi è quella di Roberto il Guiscardo, il quale, nel 1074, concede alla Trinità medietatem civitatis Venusii.

La decadenza economica dell’abbazia comincia verso la fine del XIII secolo. Nel 1292, infatti, papa Bonifacio Vili sopprime il monastero benedettino con cedendo la chiesa, qualche anno dopo (1297), al Sovrano Militare Ordine Gerosolimitano di Malta (Cavalieri di Malta). Essi hanno perso gran parte dei pos sedimenti in Palestina dopo l’ultima Crociata (1291) e necessitano, quindi, di nuove terre e di nuove rendite. I Cavalieri non si stabiliscono, però, nel mo nastero, bensì in città. Non continuano la costruzione della nuova chiesa ini ziata dai Benedettini, ma alterano quella vecchia. Il degrado e l’abbandono per sistono e si consumano definitivamente dopo la soppressione di tale Ordine (1798), in quanto tutto il patrimonio passa al demanio statale che non si ado pera per il restauro.

Il complesso si suddivide in quattro sezioni: il monastero, la chiesa vecchia (o antica), la chiesa nuova (o incompiuta) e il battistero. Il monastero è conti guo alla chiesa vecchia. Al piano terra vi è la foresteria e al piano superiore le celle dei monaci, tre saloni e una cappella romanica. Alla chiesa antica si ac cede tramite un portale in stile romanico e due leoni in pietra a guardia della fabbrica. L’interno è a tre navate. Appena entrati sulla sinistra vi è un capitel lo romanico, risalente all’XI secolo, utilizzato come acquasantiera.

Nella navata sinistra è collocata la tomba marmorea di Alberada (XII secolo), moglie ripudiata di Roberto il Guiscardo e madre di Boemondo, cantato da Torquato Tasso nella Gerusalemme Liberata. Nella navata destra vi è la tomba degli Al-tavilla che contiene anche i resti di Guglielmo, detto Braccio di Ferro, di Drogone, di Roberto il Guiscardo. Nella navata centrale è posta una serie di affre schi dipinti nei secoli XIV-XVII, ma il ciclo più interessante si riferisce al Mae stro della Cappella di Pipino (quest’ultimo conte di Potenza e Bari). Le opere sono state dipinte tra il 1350-56.

Della chiesa nuova (o incompiuta) non si conosce con esattezza l’anno di costruzione. La tesi maggiormente accreditata è quella di Bertaux, che ritiene la fondazione avvenuta tra il 1135 e il 1140. L’interno è a tre navate con pianta a croce latina. La navata centrale è divisa da quella destra da cinque colonne, a sinistra le colonne non sono mai state alzate, né si nota traccia di una loro passata presenza. Nel transetto si possono notare un’epigrafe latina e una ebraica con il tipico candelabro a sette braccia. L’abside è la parte più antica dell’edificio ed è divisa in tre parti. I pilastri hanno capitelli dissimili tra loro e vari ornamenti: fogliame o figure bestiarie in stile romanico.

Il battistero, infine, si trova all’uscita dell’incompiuta e non restano che alcuni ruderi. Con la trasformazione, nel 1059, della chiesa in abbazia, essa perde la fun zione di cattedrale. Oggi tale funzione è assunta dalla chiesa di S. Andrea, situata nel centro dell’abitato. La sua costruzione risale al 1470 ed è dovuta al duca Pirro Del Balzo, il quale erige il Castello sul sito occupato dalla cat tedrale dedicata a S. Felice, che viene demolita a favore della nuova. I lavo ri di costruzione di quest’ultima terminano soltanto nel 1502. Viene consa crata nel 1531.

All’esterno vi è uno splendido portale (1512), opera di Nicola di Gonza. A fian co si erge il campanile la cui costruzione dura 125 anni, dal 1589 al 1714. L’in terno, a tre navate, è a croce egizia. Le pareti delle due navate laterali sono ab bellite dalla presenza di dodici quadri rappresentanti gli Apostoli (XVIII se colo), di Giuseppe Finto. La chiesa contiene, inoltre, numerose opere di pregevole fattura tra cui: il dipinto murale Adorazione dei Magi (XVI secolo), di Simone da Firenze; i dipinti su tela Annunciazione (XVII secolo) e Marti rio di S. Felice (XVII secolo), entrambi di Carlo Maratta; il dipinto Sposalizio di S. Caterina (XVIII secolo), di Domenico Guarino e uno splendido calice ar genteo a traforo del 1752.

Nella cripta, infine, è custodita la tomba di Maria Donata Orsini (costruita nel 1496), moglie di Pirro Del Balzo, morta nel 1485, secondo alcuni in odore di santità. Un “laico”, secoli dopo, mostra il suo amore per Venosa raccogliendo con infinita pazienza reperti archeologici. Ne fa una collezione che va a costituire poi il corredo principale del Museo archeologico nazionale. Questo rappresenta, in ordine di tempo, l’ultimo museo inaugurato in Basilicata (1991) ed è diviso in cinque sezioni: età preromana, età della romanizzazione, dalla repubblica al l’età augustea, età imperiale e dal tardo impero ai Normanni. Il museo conserva, quindi, tutto ciò che resta della splendida civitas dove il contadino continua, ancora oggi, ad arare “la terra sul confine tra i due paesi”.