Valsinni

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Altitudine: 250 m
Abitanti: 1965
Distanza dal capoluogo: 93 km

Santo protettoreSan Fabiano, celebrato il 10 maggio.

EtimoL’antico toponimo fovale può derivare da fabalis o fabalia, cioè campo dove vengono coltivate fave, oppure, se si fa riferimento all’arabo, come indica Ra-cioppi, fabalis starebbe per un territorio ricco di sor­genti di acqua. Nel 1863 Favale divenne Valsinni, evi­dentemente dal territorio della valle del fiume Sinni in cui è situato il paese.

Leggenda di fondazioneL’antichissimo insediamento sul monte Coppola, chiamato Laguna e risalente ai se­coli XII e Xm a.C, fu fondato, secondo la leggenda, da Epeo, il costruttore del cavallo di Troia.

Origine attestataL’origine del paese con l’antico to­ponimo di fabalis, poi Favale, è documentata fin dalT-XI secolo, in diversi atti.

StoriaII suggestivo monte Coppola da cui si domina non solo il paese ma un’ampia zona che arriva fino al mare, oltre a essere stato la sede dell’antichissima e leg­gendaria città di Lagaria, era la meta preferita delle pas­seggiate della poetessa Isabella Morrà che di lì guarda­va il mare nell’attesa vana di veder tornare il padre dal­la Francia. Isabella era nata a Valsinni intorno al 1516 e il padre, il barone Gian Michele, reo di aver patteg­giato per i francesi negli scontri cruenti tra i seguaci di Francesco I e di Carlo V, era stato costretto a riparare al­la corte di Francia lasciando e dimenticando la moglie e i molti figli nel castello di Valsinni. Isabella stessa descri­ve la povertà in cui era piombata la sua famiglia, che in­sieme al senso di abbandono e all’asprezza del posto aveva disgregato profondamente e abbrutito l’unione familiare. La sua poesia esprime con forza questa triste e quasi innaturale negazione di amore tra fratelli, la con­tinua speranza nel ritorno del padre, la personale voglia di evasione da un posto selvaggio e privo di amore in­sieme a una triste rassegnazione per la propria sorte.

È difficile dire se fu vittima di un peccato d’amore reale o solo di un sospetto. Quello che è certo è che la relazio­ne con il castellano spagnolo Diego Sandoval De Ca­stro, sia stata essa epistolare o di altra natura, fu il solo momento gratificante che le fu concesso di vivere. Quando i fratelli a soli ventotto anni le tolsero la vita per questa sua relazione adultera, questa figlia illustre di ter­ra lucana venne impiegabilmente dimenticata per tre secoli e mezzo e solo nel 1903 per merito del professo­re De Gubernatis è ritorna alla luce. La famiglia dei Morrà aveva ricevuto il feudo di Valsinni, allora Favale, dopo le nozze di Bartolomeo Mor­rà con una nipote di Pantaleone Vivacqua di Oriolo.

Questo accadeva due generazioni prima che la princi­pessa di Salerno rinnovasse l’investitura di Antonio Morrà, nel 1509, dal momento che questo erede aveva smarrito le carte attestanti la concessione feudale alla sua famiglia. Antonio era appunto il padre di Gian Mi­chele, della cui storia familiare si è già detto. Il declino dei Morrà segue anche il declino del paese durante il tragico XVI secolo fatto di guerre, carestie, epidemie e oppressioni.

Tuttavia il territorio di Valsinni aveva conosciuto seco­li di storia di maggior pregio. Il primo insediamento awenuto sul monte Coppola era una città chiamata La­garia antecedente alla colonizzazione greca sullo Ionio. Dopo la fondazione di Metaponto la città ebbe un’ attivissima vita agricola e commerciale e poi con la fon­dazione di Siris divenne suo centro militare e città for­tificata. Con l’arrivo dei romani passò a essere stazione commerciale, nota soprattutto per i suoi vini terapeuti­ci, prima di sparire del tutto in età imperiale e non es­sere mai più scelta come sede di abitazione.

La fase maggiormente documentata risale agli inizi del­l’anno Mille quando la valle del Sinni divenne la meta dei perseguitati monaci di san Basilio provenienti dalla Sicilia. In maniera analoga nel territorio che sarebbe di­ventato Favale, come in diversi centri lucani, si costrui­rono intorno al cenobio monacale chiese, capanne o grotte che poi si trasformarono in attivi nuclei abitativi e in seguito in paesi. Dopo varie vicende questi cenobi passarono nelle mani dei benedettini che, con i nor­manni, diffusero un monachesimo di tipo occidentale.

Durante il periodo di regno federiciano tutte le costru­zioni e le opere di difesa, e quindi anche il castello di Favale, vennero sottoposte al controllo regio e la loro manutenzione venne a gravare sulle popolazioni inte­ressate. Con i D’Angiò signori di Favale furono Rober­to de Autresche e poi Rogerello Di Manerio. Il 1300 fu l’inizio di un periodo di decadenza civile ed economi­ca resa ancor più grave dalla peste del 1313 che contri­buì a un drammatico calo demografico.

Per avere una dimensione di questo calo basta guardare la popola­zione di Favale che dai seicento abitanti del 1277 arri­vò all’esiguo numero di quarantadue nel 1320. Dopo essere stato conteso da diversi signori, soprattutto dai De Balzo e i Sanseverino, nel 1463 giunse nelle mani di Roberto Sanseverino per concessione di Ferdinando I D’Angiò. Il successore di Roberto, il ribelle Antonello, venne poi privato di tutto per aver congiurato contro gli aragonesi e dopo esserestato reintegrato cedette Favaie a un Vivacqua di Oriolo, da cui, come già detto ar­rivò ai Morrà.

Tra il 1647 e il 1648 sulla scia della rivolta di Masa-niello e grazie a un profondo risentimento nei confronti dei signori, il popolo di Favate con a capo An­tonio de Rinaldo, soprannominato Capone, si ribellò e ci volle un anno perché i rivoltosi fossero ricondotti al­l’ordine e i sogni di liberazione dal peso feudale sva­nissero del tutto.

La Relazione del Gaudioso del 1736 evidenzia una realtà disastrosa a Favule dove agricoltura e pastorizia erano state ridotte allo stremo dalla sterilità dei terreni e dall’inclemenza del tempo, la malaria era diffusa tra la gente, l’isolamento geografico pressoché totale e il peso feudale molto gravoso. Inoltre, non vi era in pae­se nessun nobile e i circa seicento abitanti erano per lo più vecchi, fanciulli, donne ed esponenti del clero.

La situazione cambiò decisamente all’inizio del seco­lo successivo, secondo quanto riferisce l’inchiesta sta­tistica di Gioacchino Murat del 1811. Favate stava at­traversando con entusiasmo e speranza la fase successiva all’eversione della feudalità a opera del nuovo go­verno, e, sebbene il quadro generale della regione non evidenziasse miglioramenti sostanziali, l’inchiesta rife­riva che Favale era in uno stato discreto d’igiene pub­blica e vantava una buona produzione di cotone che riusciva anche a esportare. Fu in quegli anni che mas­se rurali e gruppi di borghesi combatterono per risol­vere la questione dell’assegnazione delle terre e spes­so le loro rivolte finirono nel sangue, come nel caso di quella del maggio 1848, quando popolo, sindaco e guardia nazionale occuparono i boschi invano.

Il se­condo Ottocento avrebbe potuto anche essere il mo­mento in cui, grazie a una nuova strada, a Favale ve­niva concesso di uscire da un isolamento storico, ma la strada non fu ultimata se non all’inizio del secolo successivo. Intanto, nel 1857 il terremoto provocava ingenti danni in Basilicata e a Favale si dovette demolire l’antico torrione del castello, diventato pericoloso. L’inclemenza dei fenomeni naturali accompagnò gli anni successivi all’unità nazionale, quando a una situa­zione economica in crisi sopraggiunsero frane e allu­vioni del fiume Sinni.

Il fenomeno dell’emigrazione so­prattutto verso gli Stati Uniti prese allora il via, anche se per la maggior parte degli abitanti si trattò soltanto di un allontanamento temporaneo per migliorare la si­tuazione economica e tornare a casa in un secondo mo­mento. Al sindaco Giovanni Melidoro favole riconob­be il merito di aver portato in quegli anni a conclusio­ne il contenzioso con la famiglia Albisinni di Rotondella sui limiti territoriali del comune, con la riconquista dei territori una volta usurpati da quella famiglia. La fami­glia Melidoro fu protagonista anche dei moti legittimi­sti scoppiati a favole tra il 19 e il 21 ottobre 1860, in quanto al suo interno alcuni si schierarono contro i borboni e altri in loro favore.

Il fallimento dei moti e la disperazione dei contadini per la mancata assegnazio­ne delle terre, cominciata con i borboni e proseguita dopo l’unità nazionale, fece di favale un centro di ade­sione al brigantaggio. La banda più nota era quella di Egidio Pugliese a cui aderirono i Caporozzom e che venne annientata nel 1864. Intanto il 25 giugno 1863 il comune di Favale aveva assunto la denominazione odierna di Valsinni.

Gli anni tra le due guerre furono anni di sacrifici enor­mi per tutta la popolazione, dato che alla morte sul fronte si aggiungevano epidemie, carestie e catastrofi naturali. Uno dei pochi momenti felici fu la visita di Be­nedetto Croce, che nel 1928 si recò sui luoghi della sfortunata esistenza della poetessa Morrà. L’evento vie­ne ricordato da una targa fatta affiggere nel 1951 sul ca­stello abitato dai Morrà da Domenico Guatino, uomo illuminato e fautore principale della visita del Croce a Valsinni. I decenni successivi al secondo conflitto mon­diale furono anche gli anni delle grandi opere pubbli­che stradali, ma l’incauto disboscamento che seguì fu anche la causa di un’ulteriore vulnerabilità del franoso territorio.

La rivalutazione dell’opera e della figura letteraria del­la Morrà è continuata negli anni e nel 1999, a Valsinni si è tenuto il congresso dell’Associazione internaziona­le dei critici letterati, per la valorizzazione dell’opera della poetessa nell’ambito della cultura del Rinasci­mento europeo. Meta turistica di rilievo è diventato il Parca Idterario Isabella Morrà, a cui si devono ag­giungere i siti archeologici e naturali rivalutati sempre in questi anni. Le strutture turistiche, in generale, sono in evoluzione anche per quanto riguarda la ricettività, e oggi il paese dispone di un ristorante tipico e di un al­bergo-rifugio sul monte Coppola di proprietà della Co­munità montana.

Il tasso occupazionale della popolazione è sopra la me­dia provinciale. Molti sono i lavoratori dipendenti che si spostano abitualmente nei comuni vicini e nelle aree industriali della provincia, rilevante la presenza degli artigiani e consolidata anche la tradizione zootecnica, ma la ricchezza principale proviene dalle attività edili e manifatturiere.