Tursi

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Altitudine: 269 m
Abitanti: 6003
Distanza dal capoluogo: 71 km

Santo protettoreSan Filippo Neri, celebrato il 26 maggio.

Etimo - L’ipotesi più accreditata vuole che il toponimo derivi da Turdco, nome del suo probabile fondatore. Secondo Racioppi, invece, deriverebbe dalla parola greca che significa torcia, o anche da tarsia, cioè argini che trattengono le piene invernali.

Origine attestataCompare in documenti del 869 quando Polieute, patriarca di Costantinopoli, diede al prelato di Ottante, che poi divenne Metropolita, il pri­vilegio di consacrare vescovi in Tursi, che divenne così sede vescovile di rito greco-bizantino.

StoriaII poeta Albino Pierre nato Tursi nel 1916, liri­co intenso e suggestivo nell’uso del suo dialetto arcai­co, che mal prima aveva conosciuto alcun tipo di tra­scrizione letteraria, è riuscito con la sua poesia a rita­gliare uno spazio di individualità alla sua terra, facendo conoscere anche all’estero, che lo ha apprezzato più dell’Italia stessa, le grandi risorse foniche e simboliche della sua lingua. Più volte candidato al premio Nobel, ha ricevuto nel 1992 la prima laurea honorìs causa del­l’Università degli studi della Basilicata, che così ha reso omaggio a un interprete della condizione esistenziale dell’anima antica della sua regione. Spentosi da pochi anni, Pierre ha lasciato oltre a una grande eredità cul­turale, tutti i suoi averi al Comune di Tursi che, con es­si, ha istituito un premio per la poesia m dialetto.

Nei suoni della lingua di questo poeta lucano si ritro­vano i segni di un antico passato. Antiche sono, infatti, le origini del paese risalenti al periodo in cui i goti go­vernarono stabilmente per circa settantasette anni la parte meridionale della penisola italiana, tra il V e il VI secolo. A causa delle continue minacce da parte di al­tre popolazioni, questi popoli usavano fortificare i luo­ghi elevati, uno tra i quali fu quasi certamente la colli­na che sovrasta l’attuale paese, la Rabatana. Fu dun­que, dopo la distruzione dei vicini centri di Stigliano e Anglona, awenuta nel 410 a opera dei visigoti, che il primo nucleo abitativo venne costruito. Rimane, però, da stabilire se siano stati gli stessi goti a insediarsi per primi fortificando quella zona, o siano invece stati per primi i profughi a cercarvi rifugio, dopo essere fuggiti dalle loro città in rovina.

L’insediamento umano della zona circostante, che in­clude l’antica Anglona è però molto più antico, come attestano i ritrovamenti archeologici databili tra il FX e l’Vni secolo a.C. appartenenti alle necropoli di Conca d’Oro, di Cocuzzolo e di valle Sorigliano, ora custodi­ti nel museo della Siritide di Policoro. Le tombe coperte da ciottoli di fiume e le sepolture a tu­mulo riservate all’aristocrazia guerriera fanno dedurre che la città cristiana di Anglona, sorta sulle rovine del­la pagana Pandosia, fu un centro greco di notevole im­portanza, mentre le antiche monete del III o FV secolo testimoniano che, in contrada Murata, esisteva un pic­colo villaggio già in epoca romana.

Dopo che i goti costruirono il castello sulla collina che sovrasta il paese, i bizantini subentrarono nel 598, dando al centro un ulteriore sviluppo. Intorno al IX secolo i sa­raceni invasero la pianura del Metapontino e nell’840, guidati dal potente Apofallar, occuparono l’abitato che fu denominato Rabatana, probabilmente in onore del­la città Rabath in Marocco, o perché in arabo rabhadi significa borgo. Verso la fine di quel secolo i saraceni furono definitivamente sconfitti e l’abitato fu rioccu­pato dai bizantini sotto cui ebbe inizio un rapido svi­luppo demografico ed edilizio anche nella valle sotto­stante. Nella seconda metà del X secolo Tursi veniva elevata a rango di città, diventando capoluogo di uno dei tre distretti in cui i bizantini divisero l’Italia meri­dionale, il Iberna di Lucania, e sede vescovile. La sua variegata popolazione era formata da popoli di origine greca, longobarda ed ebrei convertitisi al cristianesimo, e l’economia era attivissima grazie a una pregevole pro­duzione di legname, all’allevamento del bestiame e a una fiorente agricoltura. Sotto i normanni Tursi e Anglona furono suffeudi del­la contea di Montescaglioso.

Alla fine del 1500, quando pervenne nelle mani di Car­lo Dona, la configurazione topografica del paese era già ben definita. Attorno alla Rabatana sorgeva la chie­sa di Santa Maria Maggiore, che da semplice parroc­chia era stata elevata a collegiata insigne per volontà di papa Paolo III; più in basso, nel rione di San Michele c’era la chiesa di San Michele Arcangelo, mentre nel piano la chiesa della Santissima Annunziata era diven­tata cattedrale nel 1546.

Durante il 1600 furono fondate due importanti istitu­zioni a carattere religioso. Tra il 1611 e il 1614 il semi­nario voluto dal vescovo Bernardo Giustiniani venne costruito nei locali a ridosso della cattedrale, e nel 1666 il conservatorio delle Nubili Donzelle sotto la regola di san Domenico venne fondato da don Francescantonio Andreassi. In questo secolo, nel 1642 Tursi fu anche nominato capoluogo di Basilicata e nel secolo successi­vo fu sede di uno dei quattro dipartimenti in cui venne divisa la provincia di Matera. La Relazione del Gaudioso del 1736 descnve una real­tà amena, soprattutto per la ricchezza e varietà dei pro­dotti agricoli, per i grandi pascoli e per l’operosità del­la gente, che però non sembra rispondere alla reale si­tuazione. Verso la fine del XVII secolo, infatti, era già cominciato un lento e inarrestabile calo demografico, che fu dovuto sia alla peste, che falcidiò circa tremila morti, e sia a un insostenibile aggravio fiscale da parte dal feudatario che causò un esodo verso altri centri.

Nel 1931 il santuario di Anglona, datato tra l’XI e il XII secolo e costruito in pietra tufacea, venne dichiarato monumento nazionale, La chiesa sorse su una prece­dente, probabilmente risalente al VH o Vili secolo, co­me hanno evidenziato lavori di restauro del 1967, che portarono per k prima volta alla luce resti di una pre­cedente costruzione. L’interno è a croce latina a tre na­vate diventate asimmetriche forse a causa di crolli. De­gli antichi affreschi, che una volta occupavano le nava­te e i pilastri, oggi ne rimane, sull’unica parete originaria della navata centrale, un cido, raffigurante episodi bi­blici della Genesi, il Sacrificio di bacco e la Benedizione di Giacobbe. Sui pilastri si trovano altri affreschi a questi po­steriori, e risalenti al XV secolo, periodo a cui viene fatta risalire anche la scultura in legno della Madonna col Bambino. Al suo ingresso si nota un protiro, con volta a crociera, sostenuto da quattro colonne con por­tale decorato da una fascia a denti di sega. L’arco è so­vrastato da bassorilievi degli evangelisti e dell’agnello, simbolo di Cristo, mentre formelle in cotto con raffi­gurazioni zoomorfe, d’influenza araba, sono incastona­te sulle pareti esterne del transetto e dell’abside. Note­vole è anche il campanile quadrangolare con bifore a doppia colonnina.

Nell’antico borgo della Rabatana tra le strette strade che si intersecano mirabilmente fra loro, sorge la chie­sa di Santa Maria Maggiore, costruita sulla primitiva costruzione dei monaci basiliani del IX secolo. Sempli­ce è il portale del 1400 e l’interno è a due navate. A de­stra dell’ingresso principale si trova un’acquasantiera del 1500, mentre a sinistra si trova un fonte battesima­le del 1700. Sempre a questo secolo risalgono gli affre­schi visibili alle spalle dell’ingresso, La strage degli in­nocenti e La cacciata dei profanatori del tempio. Ài lati dell’altare maggiore vi sono due grandi affreschi dell’i­nizio del Novecento, opera del pittore bernaldese Sam­pietro, mentre è in restauro l’antico trittico di autore ignoto, appartenente alla scuola di Giotto, che era po­sto nella cappella a destra dell’altare. La cripta è pre­ziosamente affrescata con colori sobri e pacati da un ar­tista di scuola fiorentina. Gli affreschi, che rappresen­tano profeti, santi e sibille e diversi eventi legati alla Vergine, sono databili tra il Cinque e il Seicento. Qui si trova anche un presepe in pietra del XV secolo, opera  di Altobello Persie, molto simile a quello della catte­drale di Matera, un sarcofago in pietra dei Boria e un crocifisso bizantino del XV o XVI secolo. Alla chiesa di Santa Maria Maggiore era collegato, tra­mite un passaggio sotterraneo il castello, imponente fortezza che dopo essere stato residenza del feudatario locale, fu anche rifugio dei malviventi durante il perio­do del brigantaggio.

Della cattedrale, che conservava le maggiori opere d’arte, quasi tutto è andato perduto nei due incendi av­venuti in due notti del novembre del 1988. Oggi la chiesa che è visitabile grazie ai lavori di ristrutturazio­ne terminati il 25 marzo del 2000 che hanno portato al­la luce alcuni affreschi del 1526. Ha forma di croce la­tina con tre ingressi principali corrispondenti alle tre navate, due laterali con volta a crociera e una centrale con volte a tutto sesto.

Al santo protettore, san Filippo Neri, è intitolata l’ele­gante chiesa fondata nel 1661. È divisa in tre navate e conserva in quella sinistra un reliquiario, una statua li­gnea del santo e un crocifisso dalle forme essenziali, che, come la statua, è in legno e risale al 1700. Sempre dello stesso periodo sono le tele a olio raffiguranti eventi della vita di san Filippo. Molte erano le tradizioni a testimonianza della ricca storia di questo paese, ma di queste, oggi, un gran nu­mero è andato perso, e tante sono state modificate. La festa della Madonna di Anglona l’8 settembre è stata sempre molto sentita dal popolo. Alla messa e proces­sione che avvengono sul colle, anticamente, ci si recava non in automobile ma con i muli e la festa si colorava delle untine, addobbi preparati appunto per i muli ad­detti al trasporto delle donne. Anche la processione del Venerdì santo ha subito alcune modifiche.

Anticamen­te la processione consisteva di uomini e donne in co­stume che rappresentavano il Cristo, la Madonna e i soldati, seguiti dalla folla e aveva inizio al mattino, men­tre oggi la processione si disloca in tre atti. Il fenomeno migratorio non si è fermato neanche con la bonifica ionica nel 1950. Tuttavia è questa data un punto d’inizio importante per lo sviluppo economico del territorio. Oggi, infarti, esso trae grossi vantaggi dall’agricoltura che vanta una grossa produzione orto­frutticoltura e che alimenta a sua volta l’industria agroalimentare e una cospicua rete di attività commer­ciali. Le aziende specializzate, quasi ottocento, sono dotate di un discreto parco meccanico e di un’estesa pratica irrigua.

Alla ricchezza agricola partecipa una consistente zootecnia, con un patrimonio di suini e ovi­ni che rappresenta il 7% di quello materano, mentre le attività industriali sono rappresentate soprattutto dalle costruzioni, con una sessantina di imprese e più di ceti-tocinquanta addetti. Tursi è anche sede della Comuni­tà montana del basso Sinni, della diocesi Tursi-Lagonegro oltre a essere sede notarile.