Tricarico

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Altitudine: 698 m
Abitanti: 7017
Distanza dal capoluogo: 59 km

Santo protettoreSan Pancrazio, celebrato il 12 maggio.

EtimoSecondo Racioppi il toponimo deriverebbe da trigarium, luogo da maneggio dei cavalli o dal basso la­tino tricalium, trivio, dal momento che sorge su un monte terminante a tre cime. Per Ughelli sarebbe l’u­nione di Triga e Argo, nomi delle due città su cui ne venne costruita una nuova. Padula sostiene che sia la metatesi di Ta Har, Charak, fessura ardente.

Leggenda di fondazioneLa leggenda vuole che sia sta­ta fondata da Diomede dopo l’incendio di Troia, nel luogo dove sorgevano le cittadine, andate distrutte di Triga e Argo, da cui sarebbe derivato il nome della nuo­va città.

Origine attestataUn primo insediamento distratto dai romani sul monte Serra del Cedro è documentato da tegole e resti di vasi ritrovati in quella località ed è precedente alla città ricostruita nel 79 a.C. nella parte pianeggiante della collina con il nome di Civita.

StoriaNella primavera del 1946 a Tricarico veniva eletto il più giovane sindaco d’Italia. Era Rocco Scotellaro, aveva solo ventun’anni e si trovava ad af­frontare un momento difficile in uno dei tanti paesi dell’Italia meridionale con la forza e il coraggio dei contadini, dei quali si sentiva rappresentante in ma­niera totale. Alle fine della guerra, in un’Italia libe­rata e percorsa da fremiti e grande speranze, questo promettente studente del Sud decideva di non rima­nere nella città dove aveva studiato e dove avrebbe potuto cominciare una carriera da borghese colto, ma ritornava nel suo mondo contadino per servirlo e portarlo alla coscienza di sé.

La vita comunale del sindaco poeta Scotellaro, contraddistinta dal rigore morale e dall’impegno nell’amministrare la cosa pub­blica, viene soprattutto ricordata per la possibilità data ai contadini di partecipare direttamente alle questioni amministrative, tanta era la fiducia nella ca­pacità di azione di cui li riteneva dotati, nonostante riconoscesse la loro ignoranza e l’inesperienza in quel campo. Rocco Scotellaro ha interpretato i con­tadini rompendo il mito della loro incapacità di pro­gresso e ha usato il suo mestiere di scrittore come ar­ma per colpire l’attenzione pubblica, pur ammetten­do drammaticamente che non c’erano e non ci sarebbero state le condizioni perché quel migliora­mento awenisse. L’esodo drammatico e definitivo, soprattutto verso l’America, dall’Italia meridionale negli anni Cinquanta fu dunque l’epilogo previsto, e per una triste coincidenza corrispose anche al dram­ma personale di Scotellaro, che moriva a soli tren-t’anni, lasciando un segno e un vuoto nella storia di questa comunità.

Storia che, come quella di tanti altri paesi della Basi­licata, è antica e ricca di avvenimenti documentati da un vasto patrimonio artistico e dalle tradizioni della sua gente. Antiche sono le prime tracce di insedia­mento dell’uomo. La Tricarico che sorgeva sul monte Serra del Cedro, come dimostrano grosse tegole, ter-recotte e frantumi di vasi testimoni lì ritrovati, scom­parve per opera dei romani che si vendicarono del­l’appoggio fornito ad Annibale durante le guerre puniche. La città fu ricostruita nel 79 a.C. nella parte pianeggiante della collina con il nome di Civita, nome che conservò per circa tre secoli per poi riprendere quello antico di Tricarico.

Non esistono elementi chiari che attestino la presen­za dei romani, mentre si sa che i longobardi la occu­parono, sconfiggendo i greci in una memorabile bat­taglia. Alla fine del IX secolo, quando i bizantini la conquistarono trasformandola in una città fortificata o Kastron, la difesa dai confinanti tenitori longobar­di era costituita da una imponente cerchia muraria in­torno al castello, su cui si aprivano cinque porte an­cora ora visibili.

All’inizio dell’anno Mille fu ampliata dai saraceni, che diedero il nome di Saracena alla parte settentrionale, e di Rabata a quella occidentale. Questo tipo di asset­to urbanistico, tipico delle civiltà islamiche e ancora oggi osservabile, aveva una stretta strada principale che divideva in due l’abitato e da cui si diramavano le vie secondarie, le darb, le quali, dopo essersi intrec­ciate tra loro, terminano in vicoli ciechi, i sucac. I pic­coli nuclei residenziali così formati, da una parte erano chiusi a difesa rispetto all’esterno, mentre dall’al­tra comunicavano con esso tramite terrazzamenti chiamati “orti saraceni”.

Quando i normanni la inclusero nel ducato di Puglia e Calabria, si definì un altro assetto urbanistico, tipica­mente feudale, di tipo lineare. Diventò contea di Montescaglioso, e poi, nel 1143, divenne autonoma e sede di Comestabilia. All’undicesimo secolo risale la catte­drale dedicata a santa Maria Assunta, che in voluta da Roberto il Guiscardo, conte di Montescaglioso e si­gnore di Incarico nel 1061, e che subì varie trasforma­zioni nel tempo per assumere l’aspetto attuale tra il 1774 e il 1777, con l’intervento di maestranze napole­tane. L’elemento più recente è una porta bronzea  con una epigrafe commemorativa del primo millennio della diocesi.

Incarico fu sotto i conti di Sanseverino fino alla line del XVII secolo, e grazie alla loro politica filopontificia si arricchì artisticamente e architettonicamente. La sua diocesi, in realtà, era sorta m tempr più remoti.Fondata dal patriarca di Costantinopoli Policucto, era stata di liturgia greca e aveva avuto vesco­vi di rito bizantini). Con l’avvento dei normanni passò al rito latino e Roberto, il promotore della costruzione della cattedrale già citata, fece dono di alcuni feudi al primo vescovo di rito latino, Arnaldo. Tra le opere a carattere religioso realizzate dai Sanseverino vi fu-, nel 1314, uno dei più antichi monasteri della regione an­nesso alla chiesa di San Francesco.

Qualche anno più tardi, la contessa Sveva trasformò il castello norman­no, costruito tra il IX e il X secolo nel punto più alto della città come rocca fortificata, in monastero di clau­sura dedicato ai santi Pietro e Paolo. Esso, diventato poi monastero di Santa Chiara, accolse ragazze della nobiltà di Incarico e di altri paesi lucani fino al 1860, quando fu chiuso. Nel 1930 diventò di nuovo sede di religiose come convento delle Discepole di Gesù Eu­caristico per svolgere attività educativa che continua fino ai giorni nostri.

Durante il lungo periodo feudale, protagonisti di un arricchimento del patrimonio architettonico furono i feudatari della zona. Se si fa eccezione per una breve parentesi durata un trentennio all’inizio del Seicento, la città fu nelle mani dei Revertera, duchi della Salandra fino alla soppressione della feudalità. Sorsero tra il Cinquecento e il Seicento, il palazzo Putignani, il palazzo Ronchi, il palazzo Ferri e palazzo di notar Griptoleo, imponenti per struttura e con decorazioni scolpite e stemmi di famiglia.

Accanto a essi c’erano diverse case-bottega dei mastri artigiani la cui bravu­ra era testimoniata dai molti artigiani che dai paesi li­mitrofi si recavano a Tricarico. Di epoca seicentesca sono anche il palazzo vescovile, ricostruito nel 1937 e il pozzo con stemma episcopale di Pier Luigi Carafa junior situato nella piazza antistante al palazzo. La Relazione dd Gaudioso del 1736 annovera Trica­rico tra i pochi paesi lucani con una situazione socia­le discreta e un tenore di vita generale piuttosto evo­luta. Rivela anche che, al contrario della maggior par­te degli altri centri, nessuno dei suoi amministratori era analfabeta, e che c’erano attivissimi lavoratori, nella manifattura del legno, cotone, lana, seta e lino, impegnati a superare la fase di produzione a caratte­re familiare.

Il processo di sfaldamento della proprietà feudale, dopo le leggi eversive della feudalità, portò alla ribal­ta alcune famiglie che già da molto tempo prima, gra­zie proprio a questo tipo attività produttive, avevano migliorato la loro posizione socio-economica. La no­biltà, in molti casi, per tenere il passo, cercò, sebbene senza molto successo, di dedicarsi ad attività produt­tive, come dimostra la gestione di un pastificio, la maccaroniera, e di una taverna da parte dei signori Pu­tignani. Anche la classe dei massari, che aveva gestito le proprietà feudali dei signori, subì una netta trasfor­mazione e, a seconda dei capitali liquidi di cui dispo­neva, venne in possesso di terre più o meno ricche. La piccola proprietà contadina dei bracciali cercava, invece, di liberarsi ancora da alcune situazioni gravose di tipo feudale, mentre gli artigiani, per aumento di ri­chieste di manufatti e di nuove prestazioni diventaro­no più numerosi.

Nel secondo Ottocento sembra che ancora una volta la situazione di Tricarico fosse meno precaria di quel­la degli altri centri lucani. Si sa che cessato l’entusia­smo insurrezionale per l’Unità nazionale, l’economia del Meridione piombò in un baratro, reso ancora più oscuro e profondo dal brigantaggio e dalla sua spietata repressione. Nel giro di breve tempo mandrie, case coloniche, e tutti gli sforzi per le attività agricole e ar­tigianali andarono distrutte, determinando miseria cre­scente e un esodo di grandi proporzioni verso l’Ame­rica. Il fenomeno che assunse proporzioni gigantesche nella maggior parte dei centri lucani, causando uno spopolamento di molti paesi, non sembrò toccare di­rettamente Tricarico dove la popolazione risulta in controtendente aumento.

Nel 1884, sulla scia di altre forme di vita associativa che si diffusero nell’Italia appena unita, si costituiva a Tricarico la Società di mutuo soccorso e di mutuo in­segnamento con l’iscrizione di 229 soci che pagavano una tassa di ingresso e una mensile. La società dava di­ritto a chi si iscriveva ad assistenza in caso di malattia e di disoccupazione, garantiva l’istruzione dei soci analfabeti, proibiva il gioco d’azzardo e le bevande ai-coliche e si pregiava di opere di bene nei confronti dei più bisognosi. L’anno seguente per iniziativa di Mi­chele Lacava veniva fondata la prima Banca popolare cooperativa, molto eterogenea nella costituzione dei suoi soci.

Tutto ciò, dunque a testimonianza del nuovo potere della classe borghese, limilalo non al solo settore eco­nomico, ma riguardante la gestione della cosa pubbli­ca. Tuttavia la stragrande maggioranza della popola­zione era contadina e se e vero che l’esodo di fine Ut tocento non riguardò da virino Tricarico è altrettanto vero che l’ondata emigratoria della prima metà del No­vecento fu delle stesse enormi proporzioni di quella che investì tutto il Meridione d’Italia. I tentativi dello stato di far fronte al problema della ri­distribuzione del latifondo, e quindi del lavoro per le masse contadine, si concretizzarono nella Riforma agraria. Quali sarebbero stati i risultati Scotellaro lo aveva previsto.

La Riforma agraria non sarebbe stata sufficiente a migliorare la situazione del paese e a ri­solvere il problema del lavoro, perché non affrontava i problemi di fondo, come i contratti agrari, e soprat­tutto toglieva unità ai contadini, sottraendo le terre ad alcuni per darle ad altri. Tra il 1961 e il 1972 si regi­strò il più grande esodo migratorio dal paese che og­gi, come molti centri del Materano, ha crescita di po­polazione zero. Gli ultimi dati sullo spopolamento non sono affatto consolanti, in quanto nel decennio che va dal 1991 al 2001 la popolazione è diminuita del 15%, e nella statistica regionale è seconda solo a Oliveto Lucano.

Nonostante questo, e grazie a un alto livello d’istru­zione diffuso Tricarico può considerarsi un centro vi­vace dal punto di vista culturale. Le attività economiche prevalenti rimangono l’agricoltura e l’alleva­mento, ma sono sorte anche aziende di trasformazione dei prodotti locali come frantoi, salumifici e caseifici che lavorano seguendo le antiche tecniche tradizio­nali e che producono alimenti di grande qualità. Po­co è invece rimasto del fiorente artigianale di una volta che è alato soppiantato da piccole aziende di trasporti o edilizia. Attivo è invece il settore dei ser­vizi assistenziali e sociali, oltre a un efficiente ospeda­le voluto fortemente dal popolo e realizzato nel 1947.

Tradizioni Popolari

Vivissime sono anche le tradizioni popolari. Le lonta­ne tracce del teatro greco che fu a Tricarico verso il V secolo, come attestano i resti di un anfiteatro portati alla luce nei dintorni, si mescolano e si fondono alla tradizione della transumanza contadina nel carnevale. Un carnevale che è anche celebrazione di un santo, sant’Antonio Abate, e che, infatti, comincia il giorno in cui la Chiesa cattolica lo festeggia, il 17 gennaio. Le maschere tricaricesi sono uomini travestiti da man­dria, tori e vacche, guidati da un massaro capo, un sottomassaro e tre vaccari. Per alcuni il travestimento in mandria ricalcherebbe quanto avvenuto in un pas­sato lontano, quando, dopo una terribile pestilenza che falcidiò bestiame e popolo, i tricaricesi, per scon­giurare altre disgrazie simili, si travestirono da bestie e suonarono i campanacci con violenza. Un altro rac­conto parla, invece, di sant’Antonio, travestitosi lui stesso da vacca per trarre in inganno il diavolo e tra­fugare da una grotta le immagini sacre di Gesù e del­la Madonna.

I costumi da vacca del carnevale sono realizzati con mutandoni e maglie bianchi, con un grandi scialli di raso piegato a triangolo e indossato come un grem­biule, fazzoletti multicolore legati al collo, ai gomi­ti e alle ginocchia, e stivali. Il copricapo è costituito da un cappello di paglia a falde larghe ricoperto di un velo e da numerosissimi nastrini che cadono giù fino alle ginocchia. I tori hanno abbigliamento identico fatta eccezione per il colore che è nero, e campanacci diversi per forma, e quindi per suono, da quelli delle vacche, e sono gli elementi più irre­quieti del gruppo. Il loro ruolo, spesso determinan­te nella decisione del percorso da seguire, allude al­la forza e alla determinazione dei giovani, nonché al tentativo di ribellione.

La prima parte del percorso ha come meta il santuario che una volta era dedicato a santa Maria delle Olive ma è oggi chiamato di Sant’Antonio. Intorno a questo, do­po aver compiuto tre giri, la mandria assiste alla santa messa e nel momento dell’elevazione suona i campa­nacci per chiedere al santo protezione e prosperità. Si ritorna poi nel paese aumentando il suono delle cam­pane, per attenuarlo solo quando si riceve in offerta ci­bo, il più gradito del quale è il salame.

È proprio in questo periodo che avviene, infatti, l’ucci­sione del maiale, che in questo contesto assume chiara­mente un valore simbolico. Il maiale, che nell’iconografia popolare è legato a sant’Antonio e rappresenta la materializzazione del male e la tentazione della carne, è dunque presente nel paese, e il fragore dei campanacci potrebbe essere letto come il tentativo di scacciare il male dalla comunità, magicamente, diffondendo gesti e suoni purificatori. Una volta la giornata si condudeva con una rappresentazione scenica in forma di dialogo dai in cui il massaro rendeva conto al signore dell’attività dell’anno. Probabilmente si trattava di un’aggiunta dell’epoca feudale, che poi è caduta in disuso.

L’altra festa che fa parte della tradizione di Tricarico è quella in onore del santo patrono della città, San Pancrazio, che secondo il calendario liturgico è il 12 mag­gio. I festeggiamenti, tuttavia, cominciano la mattina del giorno prima con la raccolta di fascine di vite da ac­cendere all’imbrunire. Intorno al fuoco si recitano poe­sie, mentre per mettersi in mostra, i giovani possono saltare le fiamme. La mattina del 12, dopo la messa so­lenne, il pontificale, le statue di san Pancrazio e santa Filomena, detti u zit e la zit, cioè i due sposi, entrambe portate a spalla, la prima da uomini e la seconda da donne scalze, vengono portate in processione per il paese, per poi ritornare in cattedrale.

Secondo la con­cezione popolare san Pancrazio, che viene raffigurato in abiti di guerriero, morì a dodici anni in un combat­timento, mentre santa Filomena, che è rappresentata in posizione distesa con un abito bianco lungo ricamato in oro e scarpe di seta, era figlia di re e obbligata al ma­trimonio contro la sua volontà di rimanere casta. Per non prendere marito si rivolse a Gesù, il quale accolse le sue preghiere mandando un angelo che, presala, la condusse in volo lontano.