Tito

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Altitudine m 650
Abitanti 61 30
Distanza dal capoluogo km 17

Etimo

Riflesso di un personale antico Titus o probabilmente retroformazione dal la tino titulus, e cioè “cippo di pietra, opportunamente sagomato, che segnalava il confine di un terreno dato in concessione” (Arena 1979, 133).

Leggenda di fondazione

Si vuole la fondazione del piccolo centro attribuita a Tito Sempronio Gracco, vincitore dei Lucani.

Origine attestata

II primo documento che attesta l’esistenza del paese risale all’anno 823 e in esso è detto che Arniperto, nobile longobardo abitante in Tito, dona all’abate di Montecassino alcune sue terre possedute nel gastaldato di Gonza.

Storia

10 maggio 1799: Francesca Caffarelli, fortissima donna di Tito, viene trascinata da Sciarpa sulla piazza del paese. Le bande sanfediste le puntano i fucili e lei, al grido “Viva la libertà”, cade trucidata. È una delle poche donne lucane a sacrificarsi nei moti del 1799. Con lei muoiono anche alcuni preti, i quali non solo si preoccupano di diffondere tra la gente gli ideali liberali ma anche di istruirla.

Il clero, in questo paese, è sempre elemento di punta. La tradizione inizia nel 1514 quando viene fondato il convento di S. Antonio, abitato dai Francescani Osservanti. Esso diventa un prestigioso studio di teologia e filosofia. Nel 1593 vi subentrano i Riformati ed è poi soppresso nel 1866. Oggi l’antico edificio sacro serba opere architettoniche di buon valore.

Particolarmente interessanti sono il portale d’ingresso in pietra, datato 1529, e al l’interno un ciclo di dipinti murali di vari episodi illustranti la relazione in tercorrente tra la Madonna ed alcuni santi francescani (1540), attribuiti a Girolamo Stabile. Il chiostro presenta, invece, un ciclo pittorico unitario dipinto dal Pietrafesa nel 1606 e proponente le storie di S. Antonio. Annessa al monastero è la grande chiesa di S. Antonio risalente, probabilmente, allo stesso periodo del convento.

Costruita in forma semplice è poi arricchita, nel 1600, con stuccature ed ornamenti rispondenti allo stile barocco. Nel suo interno si possono ammirare: dipinto su tela Incoronazione della Vergine (1629), del Pietrafesa; due dipinti su tela, S. Chiara e S. Marta, di Antonio Stabile (pitt. doc. 15697-1584?); Via Crucis, attribuibile alla bottega di Giacinto Diano (1730-1803) e la scultura lignea Madonna con Bambino, di Giovanni da Noia (1488 ca-1558).

La storia di Tito oltre ad essere teatro di sommovimenti è anche di cultura. Vanta infatti personaggi illustri, tra i quali don Giuseppe Spera, autore di saggi, traduzioni, poesie e monografie di grande interesse. Nel 1883 viene insignito dalla Casa Sabauda del titolo di Cavaliere della corona d’Italia. Don Spera da lustro, nell’ultimo arco della sua vita, anche alla Chiesa Madre divenendone l’arciprete e coagulando intorno a sé le migliori menti del paese. Risalente al 1465 circa, la Chiesa Madre sorge al centro dell’abitato. Di struttura semplice a tre navate, è vittima di frequenti moti tellurici, l’ultimo dei quali, del 1980, la riduce a rudere.

Da un’altra distruzione, non di origine tellurica, è nato il paese di Tito. La sua storia è intimamente legata alle vicende dell’antica città di Pietrafesa, poi di venuta Satriano, e dei suoi abitanti. Quando questi ultimi, nel 1430, sono costretti a trasmigrare a causa della distruzione della città da parte della regina Giovanna II per vendicare l’insulto arrecato ad una sua damigella; essi si spo stano in parte verso il fiume Melandro, fondando l’attuale Satriano di Luca nia, ed in parte verso il fiume Noce, incrementando l’antica popolazione del casale titese.

L’attuale paese si distingue, però, da quello antico, un tempo collocato in luogo elevato, alle spalle del monte Carmine e di cui oggi vi sono solo ruderi. Questo viene abbandonato dai suoi abitanti, i quali preferiscono trasferirsi più a valle, per usufruire dell’abbondante acqua, fonte principale di ricchezza per la loro economia.

Il flusso continuo di sorgenti favorisce l’irrigazione dei campi e degli orti coltivati a valle e viene inoltre utilizzato per alimentare i mulini, utili per macinare cereali (granturco e frumento). Un’economia, quindi, di tipo rurale basata però su un sistema regolato dai grandi proprietari terrieri, i quali sfruttano per secoli la classe contadina.