Terranova del Pollino

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Altitudine 926 m.
Abitati 1860
Distanza dal Capoluogo 172 km.

Etimo

Alla denominazione Terranovella di Noja è sostituita quella di Terranova del Pollino. La specificazione allude al complesso montuoso.

Leggenda di fondazione

Di solito la leggenda che evoca le origini di un paese tende a nobilitarlo. Non è così per Terranova del Pollino: esso, secondo un’antica tradizione, è fondato da alcuni delinquenti e galeotti scampati alla persecuzione della regina Giovanna la Pazza (1504-1506).

Origine attestata

Nel censimento del 1595, ordinato dal re di Napoli, il paese viene citato per le sue 25 famiglie.

Storia

Alle pendici del monte Calvario, immerso nel verde della fiorente vegetazione del Parco nazionale del Pollino, sorge Terranova del Pollino. Nei boschi del circondario spiccano il pino loricato e l’abete bianco, da sempre simboli della flora del Parco. Nei prati, a valle, pascolano le greggi del feudatario Fabrizio Pignatelli. Il 2 giugno 1600, il re lo nomina principe di Noja, ed egli subito impone un go verno repressivo ed ingiusto.

Gli abitanti non riescono a pagare i pesanti tributi imposti sicché il signore diventa creditore. La sua ingordigia è soddisfatta con l’acquisizione delle terre del mandamento, tra queste anche la “difesa” di S. Maria la Montagna, dove sorge Terranova del Pollino attuale. Questo territorio è adatto al pascolo e alla semina, per cui il barone decide di fondarvi un paese. Può così avere a sua disposizione manodopera da sfruttare.

E lo sfruttamento dura sino al XIX secolo. I Pignatelli, infatti, sono gli unici feu-datari di Terranovella di Noia (così è chiamato il centro fino all’Ottocento). Essi, però, non sono solo artefici dei soprusi e delle tassazioni che impoveri scono il feudo, ma anche promotori di iniziative religiose. Il 29 marzo 1697 redigono un atto con il clero al quale riconoscono alcune proprietà che con sentono alla parrocchia di poter essere “ricettizia” (cioè amministrativamen te autonoma anche dal vescovo diocesano).

Chiese e cappelle del paese risalgono, per la maggior parte, ai secoli XVI e XVII. Di quest’ultimo periodo è ilconvento dei Minori Osservanti di S. Antonio da Padova, del quale oggi rimangono solo pochi ruderi. Sin dall’epoca della sua fondazione, il rapporto tra clero secolare e regolare è controverso. Il clero secolare non è disposto a dividere le entrate economiche con i frati, e pian piano riesce ad allontanarli. Nel 1798 il convento conta so­lo tre occupanti e, a distanza di quasi un secolo, viene chiuso dal governo uni tario (Schilizzi-Viola 1981, 68).

A S. Antonio è dedicata anche una chiesa. A lui si rivolgono i fedeli con par ticolare fervore per chiedere protezione soprattutto per le greggi e le sementi. Ancora oggi l’economia del paese è prevalentemente agricola e pastorale. Tut tavia, in passato, è stata molto redditizia anche la coltivazione del gelso. Nel Seicento infatti, Terranova del Pollino è luogo di smercio di una gran quantità di seta grezza, spe dita in Calabria per essere lavorata nelle industrie manifatturiere. La popola zione non beneficia però del benessere del feudo, integralmente ripartito tra clero e feudatario.

Arriva il XIX secolo, e per la prima volta si manifesta qui il fenomeno del brigantaggio. Molti malviventi chiedono la cittadinanza, Fabrizio Pignatelli glie la nega e li combatte con tenacia. Quando Marco Berardi, detto Re Marcene, terrorizza il circondario, il feudatario non risparmia uomini e forze per cattu rarlo ed impiccarlo appendendolo ad un gancio.

La dinastia Pignatelli finisce e con essa anche il controllo sulla zona. Alcuni uomini locali si danno alla macchia nei boschi del Pollino. Col XX secolo, al graduale formarsi di una so cietà più evoluta e meno formalmente repressiva, non fa riscontro un muta mento delle condizioni economiche: i terranovesi continuano ad essere poveri come in passato.

Molti emigrano, portandosi dentro il ricordo deifrazzuoli (tagliatelle), dei rasciatielli, conditi con ragù; dei dolci(crispelle, cuscinetti, chiz-zole); e del vino novello, spillato l’8 dicembre in occasione della festa del l’Immacolata. Non dimenticano il calore dei falò di S. Giuseppe, e dei zipponi accesi nel camino la notte di Natale.

Invogliati da tali ricordi, spesso tornano, ma solo per partecipare alle feste popolari, come quella dedicata a S. Antonio (13 giugno). Vogliono assistere an ch’essi alla sagra dell’abete, al taglio della pianta, al suo trasporto in paese, al la pastorale,ballata al ritmo delle zampegne. Attraversando i continenti si chiedono: chissà fino a quando i giovani scaleranno l’albero della cuccagna nel faticoso tentativo di vincere un capretto o un agnello o un rinomato cacioca vallo, ambiti premi di questo paese povero? (m.t.)