Sasso di Castalda

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Altitudine m 949
Abitanti 1010
Distanza dal capoluogo km 48

Etimo

Conosciuto anche come Petra Castalda, il paese è nominato Sasso fino al 1863, quando gli viene aggiunto il referente della specificazione. L’appellati vo “sasso” si riferisce ad una “rupe”, ed in particolare in Basilicata, “rupe sco­scesa”. Nella dizione locale il toponimo è u sassè.

Origine attestata

Intorno all’871, monaci eremiti di rito greco si stabiliscono sul monte Pierfaone, dove riconoscono l’autorità dell’egumeno del monastero di S. Marco Evange lista, “in loco Petre de Augustaldo”, là dove oggi sorge Sasso di Castalda.

Storia

La particolare conformazione  del territorio, fatta di alti monti, va sti boschi, estesi pascoli, assenza quasi totale di strade d’accesso carrozzabili e neve invernale, ha reso e rende molto difficili le condizioni ambientali. La precarietà e la povertà caratterizzano la vita della gente di questo posto. Per secoli coloni e pastori alloggiano in capanne di legno, in pagliai o in rustiche e misere abitazioni in muratura; per secoli mantengono arretratezza sociale, ma anche una costante dedizione al lavoro dei campi e alla pastorizia.

Essi non conoscono i nomi dei loro “signori”, a cominciare dal primo che è Bernardo di Calvello nel cui feudo è inglobato il paese. Non conoscono neppure i signori successivi: Brunetto d’Anchy (1315), Bartolomeo di Capua e i Pietrafesa. I Caracciolo, i Caetani e, infine, i Minutalo. Si sa che questi ultimi non hanno la mano leggera nel governare, nonostante S. d. C. sia comune au tonomo con un proprio demanio rustico già dalla fine del Quattrocento. Ma malgrado l’abolizione della feudalità, operata dal re Giuseppe Bonaparte, il Comune continua a rivendicare dal Caracciolo il possesso dei tenitori ancora oc cupati da lui o dai suoi coloni.

Lungo tutta la sommità del crinale su cui sorge il paese vi sono i resti delle antiche mura che un tempo segnavano lo spazio all’interno di un bastione. I sassesi li chiamano “Castello”. Altri ruderi sono quelli di una robusta torre a base quadrata usata in passato come vedetta, perché da qui si controllano le terre dei comuni circostanti. Essa diventa rifugio dei briganti nel XIX secolo.

Assieme alla folta boscaglia questi ultimi utilizzano i braccianti o gli agricol­tori più poveri per l’acquisto ed il trasporto degli approvvigionamenti. I sassesi subiscono i briganti come in passato hanno subito i signori, la peste, i terremoti. Anno 1653: la peste. Anno 1763: la carestia. Questi ed altri suc cessivi flagelli minacciano la stabilità dell’economia appena di sussistenza del centro.

Tuttavia, esso fa registrare un costante aumento demografico: gli abitanti dei vicini paesi, sconvolti dai numerosi terremoti succedutisi e sen tendo l’esigenza di rifarsi una casa in una terra non troppo lontana da quel la dove hanno perduto tutto, si rifugiano a Sasso di Castalda luogo tranquillo, isolato e dall’aria salubre. Questi due fattori fanno sì che, nel 1857, la sua popolazione ammonti a 2760 anime, rispetto alle 1600 del secolo precedente. L’attività principale rimane l’agricoltura e la pastorizia.

Da quest’ultima si rica va parecchia lana tanto da produrre delle buone tele di cui, secondo la stati stica murattiana, “si fa uso per gli abbigliamenti e coverte da letto da quasi tutte le classi, e sebben ruvida vien stimata, non si logora facilmente”, e vie ne esportata anche a Potenza. Ma anche questa risorsa non fa uscire il paese dalla povertà Un altro elemento di povertà è l’analfabetismo. Vi è, però, una certa ricchez za di religiosità che aiuta la gente ad andare avanti. Essa ha modo di manife starsi nelle varie chiese.

La prima di esse è la Chiesa Madre. Intitolata all’Immacolata Concezione, ri sale alla fine del 1600 e agli inizi del 1700. È situata nel centro dell’abitato ed ha una struttura interna a tre navate separate da due ordini di quattro pilastri in muratura a base quadrata con volte ad arco a tutto sesto. Un insolito mobi le impreziosisce la chiesa: un confessionalecon ante dipinte che raffigurano le Sante Martiri opera di un allievo del pittore napoletano Domenico Guarino (doc. 1747-1748).

La chiesa di S. Antuono, che sorge nella parte alta del paese, risale al primo periodo feudale. Oggi è in stato di abbandono non essendo aperta al culto già da vari decenni.