San Giorgio Lucano

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Altitudine: 416 m
Abitanti: 1820
Distanza dal capoluogo: 113 km

Santo protettoreSan Rocco, celebrato il 16 agosto.

Etimo - II toponimo ha origine agionimica e si rifa al culto di san Giorgio, da cui trae anche spunto lo stemma del comune, che raffigura il santo a cavallo mentre trafigge il drago. Alcuni però pensano che ri­cordi il nome dell’eroe albanese Giorgio Castriota Skanderbeg.

leggenda di fondazione – Secondo una leggenda, che si intreccia con la realtà storica, alcuni profughi albanesi arrivati sulle sponde del Sarmento, poco più sopra del­la confluenza con il Sinni, sulla collina dove sorge l’at­tuale abitato, si stabilirono fondando una borgata chia­mata Minullo. In realtà questa borgata sembra non sia mai esistita, dato che gli albanesi furono mandati via prima di riuscire a organizzare un loro centro abitato.

Origine attestataL’8 marzo del 1607 il marchese di Cerchiata Fabrizìo Pìgnatelli concedeva ad alcuni co­loni la terra di San Giorgio, secondo i patti di un con­tratto formato da trentuno articoli e redatto dal notaio Massento Piango di Oriolo.

Centro storico - Nel centro storico si trovano antiche gradinate, numerosi vicoli stretti d’impianto difensivo e molte residenze nobiliari del Sei, Sette e Ottocento come il palazzo La Canna, palazzo Carlomagno, palaz­zo Zito e palazzo Ripa, Interessanti sono particolari dei balconi in ferro battuto, realizzati dalle botteghe arti­gianali locali del tempo, e i portali in pietra lavorata con gli stemmi gentilizi. All’inizio di piazza Umberto I, c’è il Monumento al caduti, realizzato nel XX secolo e la nuova chiesa madre inaugurata nel 1963.

Storia - La “danza della falce” è l’espressione di gioia che i cittadini di San Giorgio si tramandano dagli inizi dell’Ottocento per celebrare la fine un lungo periodo feudale, cominciato nello stesso anno in cui la cittadina veniva ufficialmente riconosciuta come San Giorgio, l’8 marzo del 1607.

Sebbene l’insediamento umano nella zona circostante risalga alla Magna Grecia, come dimostrano le necro­poli rinvenute in località Sodano, San Brancate e cam­po Le Rose, è proprio all’antico casale sito sul colle di San Geòrgie, che bisogna far riferimento per la nascita dell’attuale paese. Prima di essere ufficialmente rico­nosciuto come San Giorgio, con una concessione dell’8 marzo 1607 da parte del marchese di Cerchiata Fabrizio Pignatelli, questo colle era abitato da un gruppo di albanesi, che grazie all’aiuto di Carlo V, era riuscito a scampare all’assedio della città di Corone e a rifugiarsi nello stato di Noya.

Lo stato di Noya era un vasto feu­do che includeva un esteso territorio boschivo che da Maradosa arrivava fino a Cerchiata, in Calabria. L’o­nore di “stato”, concesso direttamente dal re di Napo­li come segno di riconoscimento agli abitanti, era con­dizione molto più vantaggiosa rispetto a quella di feu­do baronale, tanto che le amministrazioni locali, chiamate “università”, cercavano di riscattarsi dai si­gnori per passare direttamente sotto le dipendenze del re. Noya, tuttavia, non mantenne a lungo questa con­dizione e nel 1423 ritornò a essere feudo sotto i Sanseverino per rimanervi fino al 1553, quando, dopo esse­re stato devoluto alla Regia corte, fu venduto al già ci­tato Fabrizio Pignatelli.

Fabrizio, come la maggior parte degli indigeni, non ve­deva di buon occhio i pastori albanesi che occupavano il territorio detto di “San Geòrgie”. H disprezzo, che nasceva dalle condizioni ambientali in cui questi pasto­ri erano costretti a vivere, era sicuramente rafforzato dalla diversità del rito religioso, che questi esercitava­no, tuttavia, liberamente. Il Pignatelli, dunque, li cac­ciò dal casale e cedette quest’ultimo ad alcuni coloni provenienti da Trebisacce, Castelsaraceno e Viggianello, sotto cui nacque il paese di San Giorgio. L’atto no­tarile con il quale si sanciva la fondazione del paese po­neva delle condizioni piuttosto severe ai nuovi coloni.

Sembra, però, che questi le accettassero senza opporre molta resistenza, poiché il luogo era molto salubre e adatto alla coltivazione di vitigni da cui si producevano ottimi vini. Le prime abitazioni vennero costruite sul lato nord, sulla parte più alta del colle che scende a pic­co sul fiume Sarmento, mentre sul lato meridionale sorgeva un’altura, chiamata Stiva, che oggi, con il nome di Selva è un rione del paese. L’antica chiesa madre di San Francesco d’Assisi venne, invece, edificata nella seconda metà del XVII secolo, laddove sorgevano le prime abitazioni.

Di quanto accadde nel Seicento, non si ha praticamen­te nessuna notizia. Bisogna attendere il 1736, anno di pubblicazione della Relazione del Gaudioso, per leg­gere sconfortanti notizie a proposito della situazione economica di San Giorgio. La terra di San Giorgio era descritta come abitata da persone miserabili, molte delle quali cercavano fortuna altrove. Tuttavia l’atten­dibilità di questa dichiarazione, proveniente dal sinda­co del posto, Pietro Antonio di Stasi, è da ritenersi mol­to bassa; in realtà dichiarare il reale stato economico avrebbe comportato un aumento del peso fiscale tanto da rovinare una pur buona situazione economica.

Nel 1740, sotto Carlo III di Borbone, anche il principe Pignatelli, come molti feudatari del tempo, si trasferì a corte, lasciando le terre ad amministratori scelti. Si sa che, per fronteggiare le spese per il suo mantenimento, il principe dovette vendere parti delle sue terre dello stato di Noya. Alcuni anni più tardi, per applicare una nuova forma di tassazione a opera dello stesso sovrano, vennero nominati dei rilevatori che censirono i nuclei familiari, le vedove e gli ecclesiastici. Anche per San Giorgio venne compilato un dettagliato documento, il catasto onciario, tra il novembre e il dicembre 1752. Non si sa se San Giorgio ebbe alcuna parte negli scon­tri del 1799; è invece certo che nel decennio repubbli­cano napoleonico ottenne la tanto desiderata autono­mia amministrativa e venne collocato nella provincia di Basilicata, con capitale Potenza, distretto di Lagonegro.

I baroni ricorsero ai tribunali per protestare contro la perdita della maggior parte delle loro proprietà e privilegi, ma ormai il processo di eversione della feu­dalità non poteva più essere fermato. Tuttavia il frazio­namento delle terre che seguì, fu di fatto temporaneo, e nel giro di pochi anni, a causa delle cattive annate, i nuovi proprietari furono costretti a vendere i terreni appena ricevuti, dando inizio a un accentramento nel­le mani dei più ricchi, che assomigliava moltissimo al feudalesimo di qualche tempo prima. Non si hanno notizie di cittadini sangiovesi tra i bri­ganti, ma si sa che sentendosi minacciati da questi, vol­lero chiudere le entrate del paese con due porte, una al­l’ingresso della Crocicella e l’altra all’ingresso del Ca­sale. Una leggenda parla di un capo brigante Egidio

Tedesco, chiamato Giddione, che era riuscito a deru­bare tutti i signori della zona tranne uno, il quale per confondere le sue tracce in un inseguimento, aveva at­taccato i ferri del suo cavallo al contrario, riuscendo co­sì a mandare il brigante nella dirczione opposta. Nel 1863, con decreto regio di Vittorio Emanuele II, al nome San Giorgio fu aggiunto l’appellativo Lucano, probabilmente per distinguerlo da altri paesi omonimi, e nel 1926 San Giorgio passò a far parte della provin­cia di Matera. Negli anni Sessanta furono portate a compimento importanti opere architettoniche come il nuovo impianto di rete fognaria, le scuole elementari t la casa comunale.

Nel 1962 fu completata la nuova chiesa madre dedica­ta a san Francesco d’Assisi, al cui interno si conservano la scultura lignea della Madonna delle Grazie, realizza­ta nella prima metà dell’Ottocento da un artista di scuola napoletana, la scultura in legno policromo di buona fattura del santo protettore, san Rocco, eseguita da un artista napoletano della seconda metà del Sette­cento, e un crocifisso in ceramica d’ottima fattura, rea­lizzato in una bottega artigianale di Matera nel XX se­colo. Nello stesso anno fu portato a compimento il re­stauro del santuario della Madonna del Pantano, in località bosco Pantano, che ha fatto parte dei santuari giubilali del 2000, e la cui costruzione risale al 1650 su una grotta dove, secondo la tradizione, un cacciatore di Noya vi trovò l’icona della Vergine. Negli stessi anni fu costruita una foresteria per incontri religiosi per giova­ni e adulti. Il 5 ottobre 1984 la chiesa fu unica testimo­ne di un furto sacrilego. Il gruppo scultoreo della Ver­gine con angeli, risalente alla metà del Settecento, fu rubato per poi essere sostituito da una copia realizzata dall’artista Vincenzo Mussner di Ortisei.

I caratteristici giochi della falce a cui si faceva cenno prima, sono vere e proprie pantomime che rappresen­tano la mietitura e la lotta contro il padrone. Ogni mo­vimento e tutti gli elementi naturali che vi partecipano, compreso il campo di grano, sfondo naturale e simbo­lo di ricchezza, hanno significati ben precisi. Si è già detto che le condizioni poste da Fabrizio Pignatelli ai coloni cui venne affidato il casale di San Giorgio furono piuttosto dure. In effetti i coloni potevano possede­re solo vigneti, mentre il grano era coltivato solo nei campi del padrone con un pagamento di un canone elevatissimo. I mietitori, la cui maestria nel maneggiare la falce era molto nota, furono quindi costretti a cerca­re lavoro altrove. La tradizione popolare include ovviamente i festeggia­menti in onore del santo patrono della città, san Rocco, che protesse la popolazione dalla pestilenza, nei primi anni della sua fondazione.

I festeggiamenti awengono nella terza decade del mese di agosto per permettere al­l’organizzazione di reperire i complessi bandistici, mentre il 16 agosto è il giorno in cui viene celebrata la messa. Alla vigilia della data fissata per i festeggiamen­ti, c’è l’usanza della processione eucaristica, mentre il giorno della festa si svolgono due processioni, una nel­la mattinata e l’altra nel pomeriggio. In mattinata, pri­ma dell’inizio della processione vera e propria, la ban­da gira per il paese per raccogliere i ce­rii, gabbioni di legno, una volta rivestiti da sole candele, ma oggi ricoperti anche da spighe di grano. I cerii vengono portati in processione sulla testa delle donne, per essere poi offerti alla chiesa olla fine della festa.

La processione mattutina è meno partecipata dal popolo rispetto a quella pomeridiana, probabilmente perché a quella pomeridiana seguono i fuochi d’artifi­cio che sono sempre una grande attrazione per il po­polo. A processione terminata, riposto il santo nella sua cappella, la festa continua in piazza, con l’esecuzione di pezzi bandistici, passeggiate e giochi i cui premi ven­gono devoluti al comitato organizzatore della festa. I fuochi di artificio di mezzanotte chiudono ufficialmente i lesteggiamenti.

Tra le credenze popolari di San Giorgio, ancora diffu­se o per lo meno ricordate oggi tra gli anziani, ci sono diversi poteri magici attribuiti agli animali, il monachicchio, spirito burlone che accompagna i suoi misfatti ri­volti soprattutto alle donne e ai più deboli con una so­nora risata, e il lupo marinaro, chiamato upimannaro, mostro dall’aspetto spaventoso in cui si trasformereb­bero coloro che nascono la notte di Natale.

L’economia locale si è pregiata in passato di un artigianato di maestri vasai, più noti come pignatari, creatori di piatti, vasi, tipiche pignatte, fiaschi e oggetti di ogni genere; di lavoratori del vimine o viscari, maestri nell’intrecciare fibre naturali per produrre pregiati cesti, canestri e altri contenitori tipici come gli sportoni, per il trasporto sugli asini, le spase per asciugarvi la pasta fatta in casa, le cannine per l’essiccazione di fichi, pomodori e ortaggi in genere al sole nel periodo estivo e per conservare nelle grotte la frutta a lungo.

Tradizio­nale è anche la produzione di insaccati di maiale quali salsiccia e soppressata genuine e ricercatissime. Oggi l’artigianato e gli altri settori non riescono, però, a offrire prospettive di lavoro reali e il paese, che già aveva subito a cominciare dagli inizi del Novecento un notevole calo demografico dovuto alla forte emigrazio­ne, ha visto nell’ultimo cinquantennio dimezzare la po­polazione, che dai 3217 residenti del 1950 è passata a 1880 del 1995.