Salandra

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Altitudine: 552 m
Abitanti: 3294
Distanza dal capoluogo: 60 km

Santo protettoreSan Rocco, celebrato il 16 agosto.

EtimoSecondo alcuni studiosi il nome deriverebbe dal composto greco Thalassa andms, “uomini venuti dal mare”, e alluderebbe alla colonizzazione achea, proveniente dalla Magna Grecia. Un’altra ipotesi fa­rebbe derivare il nome dal greco Acheloo, l’antico fiu­me figlio di Oceano, personificazione delle inondazio­ni che, nella lotta con Èrcole, assunse la forma di dra­gone attoreigliato. Probabilmente la Salandrella, per il suo corso tortuoso, fu identificato con il dio Acheloo. Una recente ipotesi fa derivare la denominazione degli uomini che abitavano le zone nei pressi della Salan­drella dal greco Acheloo Andms, “uomini dell’Acheloo”, da cui Salandra.

Origine -Il territorio di Salandra fu sede di stanzia­menti enotri fin dal IX secolo a.C., come docu­mentano i resti di un antico villaggio in Timpa San­t’Angelo e numerosi ritrovamenti di cocci di vasi, simi­li, nelle decorazioni, a quelli ritrovati in molte altre zone del Macerano. Alcuni cocci di ceramica graffiata o impressa, rivelano che in questa zona dovevano esistere degli insediamen­ti già in età neolitica. Reperti analoghi sono stati ritro­vati nella piana di San Giovanni. Nel 1732 nel letto del torrente Salandrella sono state ri­pescate le tavole di Heraclea che provano l’esistenza dell’importante città greca sulla costa ionica,

Storia - Le prime notale dell’esistenza di Salandra le ri­troviamo in una bolla del 1060 con cui il papa ordina­va al vescovo di Salandra di passare dal rito greco a quello latino. Nel f 119 il feudo di Salandra fu conces­so in donazione dalla contessa normanna Emma Mac­cabeo e suo figlio Ruggiero al monastero di San Mi­chele Arcangelo di Montescaglioso. La donazione ven­ne riconfermata ai monaci benedettini con una bolla del 1124 dalla regina Costanza, figlia del re di Francia e moglie di Boemondo di Antiochia, dopo che questa venne liberata dalla prigionia di Alessandro, conte di Matera, che le si era ribellato, e reintegrata nei suoi possessi (dietro intercessione di papa Callisto II).

Nel Registro dei baroni, compilato tra il 1154 e il 1168 (il censimento di militi o gente atta alle armi che i feu­di potevano fornire al sovrano), Salandra risulta appar­tenere alla Contea di Montescaglioso, di cui all’epoca era vassallo Guglielmo De Caro, Signore di Salandra. Questa era tenuta a fornire tre militi alla corona (tre ca­valieri armati con lancia, ognuno accompagnato da due fanti).

Dall’elenco dei baroni di Federico sappiamo che nel 1235 Salandra era proprietà di Giliberto da Salandra. Con gli angioini furono signori di San Filippo della Lagonessa, Adimaro di Luco, Giustiziere di Basilicata nel 1296 (e successivamente di Terra d’Otranto) e Ruggie­ro di Sangineto, conte di Grigliano. Il feudo rimase proprietà della famiglia di Sangineto fino al 1381, anno della morte di Giovanni, la cui figlia, Margherita, por­tò tutti i beni paterni in dote a Vencislao Sanseverino, conte di Incarico. Nel 1485 Antonello, principe di Salerno, a causa del suo contegno insolente nei confronti di Ferrante d’Aragona, che gli mosse contro una vera e propria guerra, fu privato di tutti i suoi feudi.

Nel 1457 Federico d’Aragona farà dono di Salandra a Dionigi Asmundo, suo segretario, in cambio della Bagliva di San Severo. In seguito alla capitolazione d’Atripalde, con l’avvento del Cattolico, nel 1505, Salandra fu re­stituita ai principi Sanseverino. Nel 1517 fu venduta a Tiberio Caracciolo per 3000 ducati, con patto della ri­compera. Nel 1535 il feudo fu acquistato da Margheritone Loffredo. All’epoca (1532), Salandra compren­deva 206 “fuochi”, circa mille abitanti. I principi di Salerno vendettero varie volte il feudo con il patto della ricompera. Nel 1544 Salandra fu acqui­stata definitivamente da Francesco Revertera, luogote­nente della Regia camera, per 14.500 ducati.

Nel 1573 egli fece erigere ed edificare dalle fondamenta la chie­sa e il monastero dei frati minori osservanti (che nel 1598 passerà nelle mani dei padri Riformati), come si legge sul portale. Le offerte per la costruzione del con­vento furono sostenute anche dal popolo, il quale avrebbe voluto da solo provvedere alla fabbrica. Il convento, inizialmente dedicato a Sant’Antonio da Pa­dova, e poi a San Francesco, poteva ospitare venticin­que frati, comprendeva un seminario per gli studenti di filosofia e teologia. Francesco donava 140 ducati annui per il vitto, il mantenimento agli studi e il vestiario dei frati. In questo monastero fu istruito ed educato padre Serafino da Salandra (1595-1656), deffinitore di tutta la provincia di Basilicata, custode dell’ordine dei Rifor­mati, letterato e poeta di fama.

Fu autore della tragedia sacra in cinque atti, l’Adamo caduto, che Francesco Zigari da Paola, nel 1832, indicava tra le fonti del Paradi­so perduto di Milton (tesi questa, riconfermata, circa un secolo dopo, dallo studioso Norman Douglas e non del tutto peregrina se si pensa che Milton e padre Serafino frequentavano abitualmente a Napoli la casa del mar­chese Marno).

Nel 1614 fu concesso il titolo di duca di Salandra a Francesco Revertera, nipote del primo. Salandra rimase possedimento dei duchi Revertera fino al 1805. Nel 1656 fu duramente colpita dalla peste bubbonica. In questo periodo a Salandra, come in molti altri paesi della Basilicata, fu eletto patrono, al posto di san Castolo, san Rocco, il santo di Montpellier che aveva fa­ma di taumaturgo.

Nel 1792 vi furono le prime sommosse popolari con­tro i rappresentanti del potere governativo. Il primo aprile 1799 l’arciprete Silvestre Cattaneo, con France­sco Nicola Lizzama (condannato come reo di stato dalla delegazione del “visitatore generale” della Pro­vincia di Basilicata) promosse un’insurrezione genera­le contro gli esponenti della borghesia conservatrice e costrinse a fuggire i componenti della Municipalità re­pubblicana, capeggiati da Ignazio Fiocca, rivelatisi improwisamente fautori del ritorno della sovranità bor­bonica. Il 4 aprile Cattaneo, a capo delle forze popo­lari, respinse il primo attacco dei “municipalisti”, che avevano chiesto e ottenuto rinforzi da Ferrandina.

Questi, nonostante la sconfitta, riuscirono egualmente a saccheggiare alcune case. I salandresi respinsero an­che il secondo attacco dei “municipalisti” e dei loro al­leati ferrandinesi. Dopo la caduta della repubblica partenopea, nella condanna per il Cattaneo, Zizzania e Zagara si legge: “[…] benedissero l’albero della li­bertà. Lodatori della repubblica, dicevano che la me­desima non faceva pagare i pesi. Svelto il primo, fece­ro piantare il secondo albero e scacciarono gli altri ‘municipalisti’ per essersi pentiti e fatto ritorno alla so­vranità. Fattosi capi insinuavano al popolo a resistere coll’armi alla mano alii sudditi fedeli come seguì con omicidi e altri eccessi. Il primo viene condannato a cinque anni di starregno, gli altri a tre anni di esporta­zione”. Il 16 dicembre 1857 Salandra fu colpita dal terremoto che interessò tutta la Basilicata. La chiesa madre e le abitazioni riportarono gravissimi danni. Vi furono al­cuni morti.

Nel periodo risorgimentale numerosi furono i patrioti salandresi, tra cui si distinse il giovane Celerino Spa­ziante. Un drappello di Salandra si volse alla volta di Corleto Perticara, quando fu proclamata l’Unità. Tra questi la coraggiosa patriota Chiara Patanella. Gli in­sorti confluirono nella Brigata Lucana. Durante l’asse­dio di Capua si distinse per eroismo il sedicenne salan-drese Celestino Grassano. Nei pressi di Salandra, nella masseria dell’arciprete, si fermarono Borjes (venuto su ordine di Francesco II, con l’ordine di sollevare i po­poli delle due Sicilie) e i suoi armati, demoralizzati per l’indifferenza dimostrata dalle popolazioni. Il 6 novembre 1861 il paese fu assaltato dai briganti di Borjes e Crocco. La guardia nobile e la guardia nazio­nale, armate di duecento fucili, riuscirono a resistere trincerandosi nel castello feudale, ma il popolino, osti­le ai signori, aprì un varco ai briganti i quali entrarono nel paese seminando morte e distruzione.

I prigionie­ri del castello furono per lo più risparmiati, ma il pae­se e i suoi dintorni furono sottoposti al saccheggio e alle fiamme. Il patriota Celerino Spaziante, catturato dai briganti mentre cercava di porre in salvo della sua famiglia, fu trucidato in questa occasione. Oggi l’antico convento dei padri Riformati è diventato sede del palazzo comunale. Il portale settecentesco del­la chiesa annessa è stato abbellito con due leoni roma­nici in pietra. Al suo interno, sull’altare maggiore, l’an­cona è stata ottenuta nel XVII secolo unendo il politti­co di Antonio Stabile (Immacolata e santi} a due tele di Pietro Antonio Ferro, al quale appartiene anche la lu­netta sulla parete sinistra (Madonna col Bambino e an­geli). Nella parte alta del paese si conserva ancora in­tatto il primo nucleo medioevale, con il castello e l’an­tica chiesa della Trinità (secondo alcuni di epoca anteriore al Mille).