Rotondella

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Altitudine: 576 m
Abitanti: 3712
Distanza dal capoluogo 93 km

Santo protettore - Sant’Antonio da Padova, celebra­to il 13 giugno.

Etimo - L’antico nome era Rotunda Maris. Il toponi­mo Rotunda, secondo Racioppi, deriva da ruderi an­tichi di forma rotonda, mentre l’aggettivo “marìs” serviva per distinguere il paese da Rotonda in pro­vincia di Potenza. Il toponimo potrebbe essere anche un oronimo. Gli abitanti si chiamano rotondellesi.

Origine attestata - II territorio dell’odierna Roton­della risale alla media Età del Bronzo a seguito del rinvenimento di resti di un insediamento del 1500 a.C., venuto alla luce nell’area di Piano Sollazzo.

StoriaII territorio di Rotondella, per la sua posizio­ne geografica, è stato crocevia di scambi e di culture. Fu abitato sin dal 1500 a.C. e fu parte integrante del­la Sifilide, un’arca molto vasta che andava dal mar Jonio al massiccio del Pollino, dapprima sotto l’ege­monia di Siria e poi di Eraclea Sulla base di alcune scoperte archeologiche alcuni ricercatori ipotizzano che l’arca di San Pietro in Trisaia (a ridosso della stra­da statale 106), oggi occupata quasi interamente dal centro Enea, sia stata occupata in età ellenistica da una vasta necropoli, con tombe a inumazione e a in­cinerazione, e sia stata un centro commerciale in fun­zione della zona portuale di Siri.

Intorno al IV seco­lo a.C, i romani cominciarono a penetrare nel terri­torio lucano, avviando la nostra regione verso un futuro di periferiche e di subalternità a Roma. L’avi­dità dei conquistatori e la resistenza delle popolazio­ni locali portarono all’impoverimento economico, culturale e sociale della regione. Con i bizantini si assistette all’impianto di nuovi in­sediamenti sui territori da tempo abbandonati men­tre notevole importanza assunsero alcuni centri, tra cui Rotondella, per la difesa del territorio.

In effetti, Rotunda Maris, l’antico nome del paese, era un luo­go abitato nei secoli XII, XIII e XIV, sia pure di non rilevante importanza, ed è citato in vari documenti. In età angioina, nel Registro dei baroni, compilato tra il 1154 e il 1168, Rotunda Mans era un feudo di Riccardo di Chiaromonte. Ancora Rotunda Maris è presente nei cedolari delle tasse angioine del 1276 e in quelli del 1320, ma non più nei cedolari del 1415 avvalorando l’ipotesi che tra queste due date sia av­venuto lo spopolamento di Rotunda Maris, a causa della peste del 1348, dell’infelicità del luogo e della crisi economica e demografica del Trecento. Non mancano altri documenti che testimoniano la pre­senza di Rotunda Maris e di Trisaia (Terra dei tre San­ti) . Nel 1282 gli abitanti di Rotunda Maris e di Trisaia dovevano provvedere alla manutenzione del castello di Policoro, all’epoca vero centro amministrativo dell’area.

Al tempo della dominazione aragonese appartenne ai Del Balzo-Orsini, ai Sanseverino e ad altri signori. Tra tutte, la famiglia Sanseverino, soprattutto, rap­presentava l’aristocrazia feudale e ricoprì un ruolo non secondario nelle vicende dell’Italia meridionale, perché questa famiglia seppe destreggiarsi abbastan­za bene nei conflitti tra normanni, svevi e angioini per diventare sempre più potente attraverso matri­moni, parentele e amicizie. Tra la fine del XV e gli inizi del XVI secolo le cam­pagne si spopolarono, vaste aree un tempo floride vennero abbandonate poiché non si poteva più vive­re indifesi e lontani dai centri fortificati. In questo periodo infatti non si hanno più notizie di Trisaia e di Rotunda Maris che perirono tra il 1320 e il 1415 per poi tornare luoghi abitati nel 1515.

Infatti da un do­cumento relativo a un processo e risalente alla fine del XVI secolo si evince che Rotunda era una difesa, cioè era disabitata. Del resto sia Trisaia che Rotunda erano state concesse come luoghi non abitati ai San­severino. Dell’antico centro di Rotunda Maris, esi­stente nei secoli XII-XIV distinto dall’altro centro abitato di Trisaia, non era rimasto che il nome di Ro­tunda, con cui veniva designata la difesa. Ma proprio in quegli anni, il principe di Salerno, Ferrante Sanseverino, stava costruendo sulla collina un palazzo for­tificato per controllare il territorio, sfruttato preva­lentemente ai fini della pastorizia.

Del palazzo rima­ne oggi la cosiddetta torre del carcere. Intorno a tale palazzo si raccolsero i primi abitanti. Intorno alla na­scita del paese ci sono sicure testimonianze; la più au­tentica è quella di don Francesco Antonio Stigliano che di suo pugno scrisse che nell’anno 1518 “se acomenzò ad habitar la terra de la Rotunda”. Nel cedolario del 1536 per non generare confusione, poiché esisteva già in provincia di Potenza un paese chiama­to Rotonda, si decise di chiamare il paese Rotondella perché più piccolo.

Dai Sanseverino il feudo di Rotondella passò alla fa­miglia Agnesi che apportò notevoli contributi allo sviluppo del paese. Della famiglia Agnese si distin­se Astorgio Junior per volere del quale, tra il 1650 e il 1661, fu edificato il monastero francescano di Sant’Antonio da Padova. I francescani abitarono il convento fino al 1862 quando divenne proprietà dello stato. Nel 17)6 a Rotondella si verificò la prima occupa­zione di terreni demaniali e iniziarono le proteste contro i soprusi dei baroni.

Per tutta la seconda me­tà del Settecento le famiglie emergenti rotondellesi erano riuscite a consolidare la loro posizione spesso in un clima di arbitrii, violenze e soprusi. Nel 1799 Rotondella visse momenti di tensione e di violenza, non tanto per i contrasti tra filoborbonici e giacobini, quanto per la conquista e la gestione del potere locale. Protagoniste furono le varie famiglie emergenti, cresciute all’ombra del clero e dei feudatari.

Dal mese di febbraio fino ad aprile del 1799 a Rotondella venne innalzato l’albero della libertà, si susseguirono tre municipalità, una sommossa popo­lare (che culminò con l’assalto alla famiglia Albissini, poiché la famiglia a Napoli aveva protestato contro la prima municipalità del paese), l’uccisione del presi­dente della prima municipalità Gaetano Manolio, e il tentativo, da parte dei più radicali, di resistere all’armata sanfedista. Durante la dominazione francese Rotondella diventò sede di circondario e, successiva­mente all’Unità d’Italia, di mandamento. Gli scontri interni alla società rotondellese proseguirono nel de­cennio francese tra gli Albissini e le famiglie a essa le­gate, da una parte, e, dall’altra, un nuovo ceto che per anni aveva subito i soprusi di questa famiglia.

Tra il 1807 e il 1808 nel territorio di Rotondella ci furono numerose scorrerie della banda Pagnotta, composta da un’ottantina di briganti. Le vicende legate al bri­gantaggio imposero agli amministratori locali, per salvaguardare la popolazione, di costruire delle mu­ra e l’ingresso alla città era limitato a due sole porte. Con la bonifica integrale della piana del Metapontino, completata negli anni Cinquanta del Novecento, Rotondella ha sviluppato un’agricoltura incentrata soprattutto sulle colture intensive, quelle frutticole, che l’hanno portata fra i centri meridionali più im­portanti nell’esportazione verso i mercati nazionali ed europei.