Pomarico

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Altitudine: 460 m
Abitanti: 4460
Distanza dal capoluogo: 32 km

Santo protettoreSan Michele Arcangelo, celebrato l’8 maggio.

EtimoGiordano fa derivare il nome Pomarico da Posmum Stlocus (da cui il calco latino Pomum Locus). Il Pasquale propende per Pomi ager, mentre Raciop-pi ipotizza una fusione delle parole latine Pomaria Lo­cus (da cui Pomaricusì, Non è certo se l’etimo faccia riferimento a un Pomanum (-icus è il suffisso di ap­partenenza), cioè a un originano luogo adibito a po-meto (forse un campo dì alberi di fico, per cui Poma­rico è famosa), oppure al fatto che il paese in origine sia stato consacrato a Èrcole, protettore degli orti, detto Pomario per aver compiuto il furto dei pomodori dal giardino delle Esperidi.

Origine attestataL’antica Pomarico fu fondata dagli enotri su una zona più bassa rispetto all’attuale inse­diamento (come dimostrano le mura megalitiche e i resti di un antichissimo insediamento in località Ca­stro Gcurio). Gli scavi hanno dimostrato che la stes­sa, distrutta per ben tre volte, è stata in seguito rico­struita su una collina più alta, a forma di cono tronco, verso la metà del IX secolo d.C, probabilmente per consentire agli abitanti una migliore difesa dalle in­cursioni dei saraceni, numerose in quel periodo.

StoriaIn un vecchio manoscritto conservato nella parrocchia della Santissima Addolorata di Pomarico (fino al 1850 dedicata a santa Margherita) si legge che la chiesa fu edificata nel IX secolo d.C. Probabilmente il primo insediamento si deve a un piccolo gruppo di contadini, provenienti da casali di­versi, miracolosamente scampati alle incursioni sara­cene. Che il primo nucleo abitativo di Pomarico sia stato opera di povera gente lo testimonia una relazio­ne fatta dall’arciprete Pietrangelo Spera nel 1658, in cui si dice che “sulla piana della vetta primieramente abitata” erano crollate le case più antiche ” fatte con pessima calce e di terra rossa”, materiali scadenti re­periti in loco e in fretta, pur di mettersi al sicuro. Dal 1043 al 1540 fu dipendenza della contea di Montescaglioso.

Primo signore di Pomarico fu il norman­no Guglielmo Braccio di Ferro, a cui successero i fra­telli Drugone, Umfredo e Roberto il Guiscardo, se­condo la consuetudine normanna del maggiorascato. A questi subentrarono numerosi altri signori nor­manni, tra cui Giuditta, figlia di Rodolfo Maccabeo, la quale donò la località Castro Gcurio ai monaci be­nedettini del monastero di San Michele Arcangelo di Montescaglioso. Tale donazione fu motivo di una di­sputa durata secoli (terminerà solo nel 1714) tra il monastero e l'”università” di Pomarico.

Dopo l’estin­zione della famiglia dei Maccabeo, il feudo fu devolu­to all’imperatrice Costanza. Alla sua morte, il papa creò, nel 1200, conte di Montescaglioso e Pomarico Giacomo Sanseverino e il figlio Roberto, per la loro opera meritoria in difesa del piccolo Federico II Nel 1234 lo svevo sconfisse i Sanseverino, divenuti ribelli e Pomarico divenne città della Corona. Nel 1255 ven­ne concesso da Manfredi a sua sorella Isolda per compensarla della perdita di tutti i beni e per averle fatto morire il marito in carcere.

Con l’arrivo dell’angioino, la marchesa di Lanciano fu nuovamente spogliata di tutti i suoi feudi, che fu­rono assegnati al gran conestabile Alberto Artesio. Successivamente Pomarico passò a Pietro Belmonte, a Giovanni di Monforte e a sua moglie Margherita Belmonte, per poi ritornare, nel f300, a Carlo II d’Angiò. Ceduto da questi al figlio naturale Pietro Tempesta, il feudo ritornò a essere possedimento in­camerato nell’erario pubblico al tempo della regina Giovanna I, quando il legittimo feudatario di Montescaglioso con Pomarico, Francesco del Balzo, ven­ne da questa dichiarato ribelle. Nel 1373 il feudo fu assegnato alla famiglia Sanseverino, quale compenso per i servizi resi alla Corona, ma nel 1381, all’arrivo di Carlo Durazzo, Francesco del Balzo riuscì a farsi reintegrare nei vecchi possedimenti. Caduto presto in disgrazia presso il nuovo signore, morì quello stes­so anno, ma la signoria dei feudi di Montescaglioso con Pomarico continuò ad appartenere alla famiglia Del Balzo.

Ancora vivente Guglielmo Del Balzo, fu investito dei feudi paterni Francesco II del Balzo, gran conestabile, presidente del Consiglio, duca di Andria e di Montescaglioso con Pomarico. Questi concesse ai pomaricani il diritto di pascolo sul lati­fondo di Castro Cicurio, mediando la contesa tra l'”università” e l’abate commendatario Baldassarre del Balzo, suo fratello. Nel 1450 fece edificare, a pro­prie spese, la “chiesa vecchia” di San Michele Arcan­gelo (oggi non più esistente) in prossimità del castel­lo, e commissionò la statua del santo protettore, che ora si trova sull’altare maggiore della chiesa madre. Alla sua morte, avvenuta in concetto di santità, gli successe il figlio Pirro, il quale, per aver preso parte alla congiura antiaragonese, venne catturato e rin­chiuso a Castelnuovo, a Napoli dove morì nel I486. I suoi feudi furono assegnati dal re Ferrante al figlio

Federico, il quale aveva sposato una figlia di Pirro, Isabella, per compensare questa della perdita del pa­dre. Federico confermò con pieno diritto la difesa di Picoco (Castro Cicurio) al monastero di Montesca­glioso. Dal 1507 al 1521 signora di Pomarico fu, per intercessione della regina Giovanna, nipote del Cat­tolico, Costanza d’Avalos, moglie del primogenito di Pirro del Balzo, vedova m giovane età. Questa nel 1514 giunse al castello di Pomarico dove scrisse, dì suo pugno, una lettera al governatore affinchè ri­sparmiasse un ragazzo di tredici anni, reo di pena ca­pitale per aver ucciso un coetaneo. II feudo fu dì pro­prietà di casa d’Avalos fino al 1540, anno in cui per il sopraggiungere di gravi dissesti finanziari la famiglia fu costretta a vendere il feudo di Pomarico (che, per la prima volta, venne separalo da Montescaglioso) Per quattro anni si succedettero numerosi feudatari, privi di diritti successori o di investiture regie, dotati dell’unico privilegio di essere ricchi e usurai.

Nel 1544 Pomarico fu comprata da Maria d’Aragona, marchesa del Vasto, moglie di Alfonso d’Avalos, per 30.000 ducati. Alla sua morte, avvenuta nel 1568, passò al marito Alfonso, quindi al figlio Giovanni e infine a sua moglie, donna Maria Orsini. Per le ri­strettezze economiche in cui era caduta la sua fami­glia, la contessa decise di vendere il feudo alla du­chessa di Gravina, Beatrice Orsini, ma a tale vendita si oppose il figlio di donna Maria e lo stesso sindaco Giovanni Michele Russo. Nonostante questo, dal 1596 il feudo fu ripetutamente venduto, cambiando innumerevoli volte famiglia d’appartenenza (da Bonifacio Nasello a Cristoforo de Franchis a Filippo Bartirotta dei Piccolomini d’Aragona, ai Miroballo).

In questo periodo l”‘università” di Pomarico oltre a dover far fronte ai numerosi debiti, fu costretta a su­bire le angherie e sopraffazioni delle truppe spagnole di passaggio. Per tutto il Seicento Pomarico fu interessata da una serie di frane e da terribili carestie. La prima si ebbe nel triennio 1605-1607: per seppellire i morti fu ne­cessario scavare una grande fossa comune nella chie­sa di San Giovanni Evangelista; la seconda, verificatasi nel 1680, detta annata della “cappa rossa” (forse per la presenza di ruggine nel frumento), costrinse i cittadini a cibarsi di erbe selvatiche, semi di cotone cotti, carcasse di asini, cani e altri animali domestici, anche in avanzato stadio di decomposizione.

Nel 1637 signore di Pomarico divenne Cesare I Mirobal­lo, il quale istituì un Monte dei morti con cui si prov­vedeva, oltre che alla celebrazione delle messe, a do­tare le ragazze povere e oneste di Pomarico. Nel 1656 Pomarico, venne risparmiata dalla peste bubbonica grazie all’istituzione di un rigido cordo­ne sanitario (fu imposto l’obbligo della quarantena, disinfettata la posta, istituiti posti di blocco, ecc.). Durante il periodo della peste ogni giorno vennero svolte, anche per la presenza dell’arcivescovo di Acerenza e Matera, il pomaricano Pietrangelo Spera (distintosi sin dalla giovane età per il precocissimo ingegno e la grande erudiziene), processioni penitenziali e messe cantate in onore di san Michele Ar­cangelo.

Frammenti di roccia, provenienti dalla grot­ta del Gargano in cui il santo era apparso nel 493, vennero murati nei punti più alti della città. Per rin­graziare il santo dello scampato pericolo vennero of­ferte dai devoti trenta libbre di cera bianca. L’anno successivo alcune forti scosse di terremoto decima­rono la popolazione.

Nel 1748 venne collocata la prima pietra della chiesa madre attuale, costruita in un olivete di proprietà del Capitolo intestato a san Carlo, caratterizzata da un’imponente facciata barocca (l’interno, a tre nava­te, presenta ricche ed eleganti decorazioni barocche e alcuni dipinti del pittore napoletano Teodoro D’Errico).

Il feudo rimase di proprietà della famiglia Mirobal­lo per ben 142 anni. Nel 1771 Nicola Miroballo, che durante la sua dominazione aveva provveduto all’abolizione delle gabelle, al ripristino del catasto Onciario e alla restrizione delle prerogative feuda­li, fu costretto a vendere il feudo, a causa dei debi­ti, al barone Donnaperna per 113.000 ducati. Con i Donnaperna, che costruirono un grandioso palazzo in posizione dominante nel contesto urbanistico della cittadina, cominciò un periodo di angherie, soprusi e restrizioni dell’autonomia dell’universi­tà” e dei diritti di proprietà dei cittadini. Ciò fu cau­sa di controversie e reclami da parte dei pomaricane.