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Altitudine: 366 m
Abitanti: 10.104
Distanza dal capoluogo: 18 km
Santo protettore – San Giuseppe, celebrato il 19 marzo.
Etimo - II toponimo deriva da Mons Scabiosus per la struttura geologica del terreno su cui sorge attualmente il paese. Gli abitanti si chiamano montesi.
Origine attestata – A seguito dei continui ritrovamenti archeologici in più parti del centro abitato e in quelle periferiche (Portico, Pagliarone, Difesa San Biagio, Sterpina) risalenti ai secoli VII-ITI a.C., si è spinti a pensare che il territorio di Montescaglioso fu sede di antichi villaggi, alcuni dell’Età del Ferro e fu un centro artigianale indigeno e della Magna Grecia.
Storia -I numerosi reperti archeologici rinvenuti nel territorio di Montescaglioso attestano che la città fu un centro indigeno prelucano e poi lucano. Con l’avvento dei greci nell’Italia meridionale appartenne alla settima delle otto repubbliche della Magna Grecia, e precisamente a quella metapontina. Gli scavi archeologici hanno portato alla luce oggetti in terracotta, in bronzo e in ferro, skiphoi, omochoai, lucerne, collane, coppe toniche, un enorme telamone di calcare, avanzo di un edifìcio greco. Nel locale dell’abbazia, che anticamente veniva indicato come il deposito dell’erboristeria, si sono rivelate le tracce di una necropoli apula riservata a individui dell’aristocrazia guerriera, risalente al IV secolo a.C., con corredi funebri rappresentati da vasi di grandi dimensioni a figure rosse di produzione apula e lucana, vasi a vernice nera, oggetti in ferro e altro materiale.
Queste scoperte fanno supporre che l’abbazia sia sorta su quella che doveva essere l’acropoli ellenica del luogo. Nella contrada Portico, dove sembra essersi trasferito Pitagora con i suoi discepoli, dopo essere stato cacciato da Crotone, sono stati ritrovati sepolcri in tufo con scheletri umani e vasi dell’età greca, pavimenti con mattoni in creta, una colonna di un tempio, monete in rame e le fondamenta di un’abitazione. Questi ritrovamenti inducono a pensare che la città esistesse già al tempo della grande Metaponto e che, al pari di quest’ultima, sia stata distrutta dai romani quando, nel 272 a.C, sconfitto Pirro, devastarono città e villaggi dell’Italia meridionale fino a Reggio Calabria. Forse all’epoca si chiamava Civitas Vetus da cui deriva il nome dell’attuale Monte Vetere. Probabilmente durante la dominazione romana fu un municipio. Secondo altri il primo nucleo della città sorse al tempo dell’imperatore romano Alessandro Severo di cui portò per molti anni il nome chiamandosi quindi Civitas Severìana. Nell’alto Medioevo la città mutò il nome in Mons Scabiosus o Caveosus per l’aspetto aspro e brullo dell’altura su cui sorge.
Divenuta roccaforte bizantina, dopo il Mille fu conquistata dai normanni, sotto i quali conobbe il suo massimo splendore, e accolse un’importante comunità benedettina. Assoggettata e trasformata in feudo da Tancredi d’Altavilla, nel 1050 costituita in contea, passò sotto la signoria di Roberto il Guiscardo. Numerosi furono i feudatari che presero possesso della città di Montescaglioso come Umfredo Maccabeo II, del quale si dice che fu pio, religioso e di nobili sentimenti, tanto che le sue spoglie furono sepolte nella chiesa abbaziale di Sant’Angelo; Rodolfo Maccabeo che cominciò a elargire concessioni e privilegi ai monaci che da allora cominciarono la vera vita (1097). Nel 1124 terminò la dinastia dei Maccabeo e iniziò quella degli Altavilla fino al 1160. Nel 1222 Montescaglioso fu possedimento regio di Federico II di Svevia e nel 1251 passò nelle mani del figlio Manfredi.
Dopo la disfatta di Benevento nel 1266 il regno passò a Carlo I d’Angiò il quale assegnò Montescaglioso a suo nipote Roberto d’Artois. Al governo della città di Montescaglioso si ebbero diversi conti tra cui ricordiamo Pietro Belmonte, Giovanni Monforte, Pietro Tempesta. Durante il XV secolo furono signori di Montescaglioso i Del Balzo di origine provenzale; cominciò, in questo periodo, la fase di declino dell’abbazia a causa delle continue guerre. Nel 1486 Pirro del Balzo trovò la morte per aver partecipato alla congiura dei baroni che ebbe luogo nel castello di Miglionico. Con Pirro del Balzo all’interno dell’abbazia ci fu un rinnovamento monastico poiché giunsero altri monaci benedettini della comunità di Santa Giustina di Padova.
Sotto gli aragonesi, Montescaglioso fu feudo di molti signori: D’Avalos, Orsini, Loffredo, Grillo e Cananeo. Anche se Montescaglioso godeva già da tempo del titolo di “università”, il che le assicurava molte concessioni e una certa libertà, molti cittadini vivevano in uno stato di completa miseria. Da sempre legati alla terra, di cui non furono mai proprietari, coltivavano i terreni e allevavano il bestiame altrui ed erano tenuti a versare nelle mani del padrone e dei monaci il prodotto ricavato. Da Napoli giunsero notizie di richiesta di libertà con i moti rivoluzionari capeggiati da Masaniello. I montesi esasperati nel luglio del 1647 insorsero; a seguito di questi moti, abate e conte, si affrettarono a concedere qualcosa ai rivoluzionari. Successivamente Montescaglioso seguì le vicende del Regno di Napoli.
Il 18 gennaio del 1735 giunse a Montescaglioso il re Carlo II di Borbone. Il re si recò da Napoli a Palermo, dove sarebbe stato incoronato, passando per Montescaglioso, attraverso la strada statale 175 e provinciale Matera-Montescaglioso che proprio in quell’anno fu messa in uso. Il sovrano nei tre giorni di permanenza nel paese soggiornò nel cenobio dell’abbazia; qui festeggiò il suo compleanno con una sontuosa cerimonia religiosa di cui sono una testimonianza le tre colonnine poste all’ingresso del monastero di San Michele Arcangelo. Intanto a Napoli la repubblica partenopea accese gli animi di molti giovani e in molti paesi si preparava T’albero della libertà” da issare al centro della piazza principale. Un sacerdote montese di nome Agostino Montemurro nel 1799 con altri giovani liberali cercò di promulgare la costituzione della municipalità di Montescaglioso senza riuscirvi a causa dell’opposizione dei ricchi e del clero. Qualche anno dopo, insieme ai suoi due fratelli, si oppose ai francesi ma furono tutti trucidati nel 1806. I montesi vissero le vicende dell’unificazione dell’Italia come tutto il Sud, credendo di poter avere la tanto sospirata terra, sperando in nuove leggi e in tasse meno pesanti.
Nel 1848 a Montescaglioso si ebbe un forte movimento contadino di occupazione delle terre demaniali, ma il nuovo Regno d’Italia deluse le speranze dei contadini e tra il 1861 e il 1866 Montescaglioso conobbe la piaga del brigantaggio. Noti briganti furono Chirichigno detto Coppolone e i suoi due aiutanti: Scocuzza e Serravalle che ricattavano le famiglie attraverso il sequestro di persone e punivano con una morte spieiata coloro che non li favorivano. I folti boschi che allora circondavano il paese erano il loro nascondiglio. La prima e la seconda guerra mondiale ridussero il paese in miseria e nel 1943 la città insorse contro i gerarchi fascisti. Gli uomini che parteciparono alla guerra tornarono con idee rivoluzionarie: volevano la terra e il lavoro. Nel secondo dopoguerra il paese fu teatro delle grandi lotte contadine per l’occupazione della terra che era nelle mani di pochissimi proprietari terrieri, talvolta discendenti da antiche famiglie feudali. Fu una rivolta agguerrita che si concluse con la realizzazione della riforma agraria che rinnovò profondamente l’agricoltura.
Oggi, pur tra notevoli contraddizioni, la città si è avviata verso una florida attività agricola soprattutto nel settore ortofrutticolo. Negli ultimi anni del Novecento è iniziato anche un processo di valorizzazione turistica. Montescaglioso ha dato i natali al poeta del Seicento, Giovanni Antonio Antodari e agli scultori Altobello e Aurelio Persie. Tra le sculture più importanti di Altobello vanno segnalate: il portale rinascimentale dell’abbazia di San Michele a Montescaglioso, il presepe in pietra della cattedrale di Matera, il crocifisso e la Vergine con san Giovanni nella chiesa di San Nicola a La-gonegro, le sculture di Isabella e Federico d’Aragona della chiesa madre a Ferrandina. Dei suoi cinque illustri figli, i più noti furono: Antonio, il quale si dedicò alla filosofia, fu amico di Galileo Galei e fu tra i fondatori nel 1603 dell’Accademia dei Linoci; Ascanio che fu famoso grecista e professore a Bologna; Giulio, scultore e sindaco di Matera e Domizio che si occupò di pittura (a lui è attribuita la Madonna delle Grazie del duomo di Matera).
La vita della comunità di Montescaglioso, il suo progresso morale, civile ed economico coincise sempre con quello del monastero, il cui declino ha rappresentato l’isolamento e l’emarginazione del paese. Uno dei più importanti monumenti della Basilicata è, infatti, il monastero di San Michele Arcangelo. Non si conosce l’anno in cui fu costruita l’abbazia, ma sicuramente esisteva già nel 1078, anno a cui risalgono le prime notizie. Secondo alcuni il fondatore dell’abbazia fu san Placido in occasione di un suo viaggio in Sicilia; infatti, a lui è dedicato un affresco in uno dei corridoi del piano superiore e lo stesso avrebbe dedicato l’abbazia a san Michele Arcangelo. Secondo altri, prima di ricevere la regola di san Benedetto, fu probabilmente un cenobio basiliano.
A seguito delle continue donazioni, si ebbe un rapido fiorire del monastero che ebbe una grande importanza nel passato per la vastità dei suoi possedimenti che si estendevano fino a Tricarico, quasi in tutto il territorio della provincia di Matera, a Molfetta (Bari), a Tarante. Ma nel 1400 si registrò la fase di declino dell’abbazia poiché le continue guerre non consentivano ai monaci di prendere iniziative. A Pirro del Balzo va riconosciuto il merito della grandiosa restaurazione e ricostruzione dell’abbazia tra il 1484 e il 1488; questo spiega sia perché della costruzione antica rimangono pochissime tracce, sia l’aspetto attuale del complesso che si distribuisce su due livelli: il piano terra era adibito a refettorio e servizi ed era collegato alla chiesa, il primo piano era occupato dalla biblioteca, dall’infermeria, dalla foresteria, dall’appartamento dell’abate e dalle celle dei religiosi. La biblioteca conserva un ciclo di dipinti che richiamano lo stile tardomanieristico e attribuibile a Girolamo Todisco mentre i due chiostri presentano un’iconografia tardomedioevale con figure e decorazioni allegoriche.
La chiesa dell’abbazia fu ricostruita nel XVI secolo sostituendo le navate laterali con quattro cappelle per lato e la decorazione a stucchi risale al XVIII secolo. Il monastero conobbe, dunque, un secondo periodo di fioritura sino al 1784 quando i monaci, in contrasto con il feudatario, si trasferirono a Lecce. La loro fuga e la soppressione napoleonica delle comunità ecclesiastiche del 1807 determinarono uno stato tale di abbandono dell’abbazia che le truppe francesi se ne servirono come scuderia e caserma. Dopo i francesi, nel Regno di Napoli ritornarono i Borboni e, con il Concordato del 1818 tra Ferdinando e la Santa Sede, il monastero fu assegnato ai padri conventuali di San Lorenzo Maggiore di Napoli. Questi attuarono solo un regime di rappresentanza fino al 1870 quando, nel nuovo Regno d’Italia, tutti i locali dell’abbazia, confiscati, furono destinati a uffici pubblici. Questo testimonia il tramonto di un’abbazia che nel passato fu tra le più insigni d’Italia sia per la grandiosità architettonica sia per la presenza in essa di una celebre scuola di grammatica e di logica.
Di particolare interesse è anche la chiesa madre dedicata ai santi Pietro e Paolo. Nulla resta dell’originaria costruzione seicentcsca poiché la chiesa venne rimaneggiata nel XLX secolo in stile tardobarocco. Nel suo interno, a tre navate e cupola affrescata, sono conservate numerose tele di scuola veneziana. Pregevoli la balaustra e l’altare maggiore in marmo che il Capitolo di Siena destinò a Montescaglioso durante l’epoca napoleonica.
Interessante è l’area archeologica in via Porta Schiavone, in cui sono visibili i resti di una fortificazione greca del IV secolo a.C, e in Difesa San Biagio, dove ci sono necropoli con tombe a sarcofago. Nel 1990 è stato istituito il Parco regionale della Murgia materana che ricade nei territori di Matera e di Montescaglioso. Si possono ammirare il leccio, la roverella, il raro fragno, l’acero minore, il biancospino, il lentisco, l’alaterno. Un particolare profumo a tutta l’area è dato dalla presenza della malva, dell’origano, del timo e della menta. Presente il “fiore della morte”, secondo la mitologia greca: l’asfodelo e altri fiori tipici della vegetazione mediterranea come la poenia, la campanula pugliese, la violaciocca minore, l’eliantemo jonico.




