Montalbano

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Altitudine: 292 m
Abitanti: 8688
Distanza dal capoluogo: 66 km

Santo protettoreSan Maurizio. La leggenda narra che intorno al 1600, alcuni montalbanesi aiutarono dei marinai egiziani a disincagliare la loro imbarcazione da una secca antistante la spiaggia di Scanzano Jonico. In cambio ricevettero una scultura e le reliquie di san Maurizio tuttora conservate in una cappella lignea del XVII secolo nella chiesa madre.

EtimoLa prima denominazione era Mons Albius dall’italico gentilizio Albius cui apparteneva la collina dove sorge il paese. Successivamente divenne Mons Albanus, Monte Albano, fino a quando assunse l’at­tuale forma di Montalbano cui fu aggiunto, con regio decreto del 26 marzo del 1863, l’aggettivo Jonico.

Origine attestataSecondo alcuni storici, il primo nu­cleo abitativo deve essere stato un accampamento mi­litare romano, sorto forse in epoca precristiana sulla rupe a nord-est del paese, che nel corso dei secoli è sta­to a mano a mano fortificato e trasformato in un ca­stello. Gli abitanti si chiamano montalbanesi.

StoriaMontalbano Jonico è un paese che sorge sul dolce declivio di una collina e si estende, degradando mollemente, verso il mar Jonio. Probabilmente sorse in epoca romana, intorno al III secolo a.C, in una zo­na abitata già in precedenza. Si ritiene che il paese sia stato fondato in seguito alla guerra tra Pirro, re dell’Epiro, e i romani. Gli abitanti per difendersi dai roma­ni edificarono un castello, o meglio una fortificazione merlata, sul colle di Montalbano che dominava la bas­sa valle dell’Agri e le pianure ioniche. In seguito i suoi abitanti dipinsero sulla porta principale del castello l’immagine di Giano bifronte, particolarmente caro ai romani. Edificato il castello, si stabilirono ben presto nelle vicinanze agricoltori di Pandosia, Eraclea e Metaponto, desiderosi di vivere tranquilli e stare lontano dalla pianura dove si svolgevano continue guerre; inol­tre l’abitato, posto su una rupe, offriva anche riparo si­curo dalla malaria che infestava la costa.

Ai romani successero i bizantini ma solo a partire dal­la dominazione normanna cominciò a essere citato nei documenti il nome di Montalbano. Dal Registro dei baroni, compilato dai normanni tra il 1154 e il 1168, si rileva che Montalbano dipendeva dal conte di Montescaglioso. Successivamente fu feudo degli Alberada, fu saccheggiato da Ruggero di Lauria, fedele di Giacomo d’Aragona.

Nella prima metà del XIV secolo appartenne a Regina Sancia, poi a Martuccia di Capua e intorno al 1500 fu feudo dei Sanseverino che si macchiarono di orrendi delitti, consu­mati proprio nel castello di Montalbano, di cui oggi non rimane più nulla. In seguito alla ribellione di Fer­rante Sanseverino contro l’imperatore Carlo V, il feu­do fu venduto alla moglie Isabella Villamarina nel 1514.

Nel Cinquecento fu eretta la chiesa madre, de­dicata a santa Maria d’Episcopio, abbellita di presti­giose opere d’arte. Intorno al 1555 fu assalito e sac­cheggiato dai turchi, fu riscattato dal duca d’Alba nel 1556, viceré di Napoli di Filippo II, che a sua volta lo vendette a Don Garcia Alvarez di Toledo, marchese di Villafranca.

Di importanza storica fu la visita fatta il 23 gennaio del 1735 dal re Carlo III di Borbone mentre si recava a Palermo per l’incoronazione. La notte sostò nel pa­lazzo Manzi, oggi Vitacca, e quando andò via conces­se di porre davanti al palazzo che lo aveva ospitato una catena di ferro. Questa non solo doveva ricorda­re la dimora del sovrano, ma doveva anche rappresen­tare la concessione di ciò che a quei tempi si chiamava “diritto d’asilo”. Il sovrano, inoltre, ac­consentì ad aggiungere allo stemma civico della città la corona reale.

Nel 1799, anno della costituzione della repubblica partenopea creata dalla borghesia napoletana contro il regime borbonico, e in epoca risorgimentale, Montal­bano fu tra i centri più attivi del movimento antibor­bonico; alla notizia dei successi napoleonici e dell’isti­tuzione della repubblica partenopea, Montalbano in­nalzò nella piazza centrale Inalbero della libertà”. Fronteggiò egregiamente gli assalti delle bande dei briganti assoldati dai Borboni ed ebbe una borghesia caratterizzata da un forte impegno civile. Montalbano Jonico può vantare una piccola ma dignitosa impor­tanza storica poiché contribuì alle lotte e ai sacrifici che portarono all’Unità d’Italia. Molti cittadini patiro­no persecuzioni e carceri lottando per gli ideali di li­bertà e di indipendenza.

Nel 1806 fu dichiarata capoluogo di governo in segui­to alle riforme di Giuseppe Bonaparte e nel 1807 Montalbano fu dichiarato demanio universale. Nel 1861 fu annesso al collegio di Matera. Nel 1860 molti giovani, incitati dall’acceso promotore di moti antiborbonici, Vincenzo De Leo, partirono con lui in Calabria per partecipare alla spedizione dei Mille. Più tardi si votò l’annessione al Regno d’Italia con imponenti manifestazioni di plebiscito. Non me­no sentita fu la festa per la proclamata Unità, quando si innalzarono palchi e archi e si tennero ferventi di­scorsi patriottici.

Finito il Risorgimento, fatta l’Italia, Montalbano di­ventò un centro culturalmente ed economicamente ri­levante, punto di aggregazione di numerose famiglie provenienti dai comuni limitrofi. Tra le due guerre del Novecento conobbe però un periodo di crisi che cau­sò un’ondata migratoria verso l’America. Dopo la se­conda guerra mondiale, grazie alla riforma fondiaria, diventò uno dei comuni più importanti della Basilica­ta in campo agricolo e commerciale. Oggi la sua agri­coltura specializzata offre prodotti competitivi sui mercati nazionali e internazionali dell’ortofrutta.

Simbolo del paese è un’antica porta su cui venne co­struito, intorno al 1750, un edificio con un orologio pubblico che fino a pochi decenni fa regolava ancora lo scandire della vita quotidiana del paese. Da questo arco comincia il corso Carlo Alberto dove si affaccia­no antichi palazzi gentilizi del Settecento come palaz­zo Manzi, palazzo Cassani, sede attualmente della bi­blioteca civica, nota per la sala patriottica dove nel 1799 si riunirono i primi repubblicani antiborbonici. La parte medioevale della città, denominata “terra-vecchia” è dominata dalla chiesa madre, del XVI se­colo, dedicata a Santa Maria d’Episcopio. Fu riedifi­cata nella prima metà del XVIII secolo e manomessa dai restauri.

Ha dato i natali, nel Duecento, all’architetto Melchiorre da Montalbano, che operò anche in Puglia e in Campania e costruì il duomo di Rapolla, e a Francesco Lomonaco (1777-1810), scrittore e patriota, morto suicida.