Sassi di Matera

Un cavallo bianco calpesta i sassi quasi danzasse un flamenco. L’eco dei suoi zoccoli rimbomba dentro una grotta dove resta imprigionato. Poi si cheta all’improvviso, inghiottito dalla gravina. Eppure oggi non è il 2 luglio, il giorno della processione della Madonna della Bruna quando, al sorgere del primo sole, cavalieri dai mantelli di velluto cavalcano per la città e il carro della Vergine di cartapesta viene stracciato dai fedeli in centinaia di frammenti é un giorno qualunque dentro quel precipizio abbacinante che è Matera, e ti stropicci gli occhi più e più volte per capire su queste scene da presepe vivente esistono realmente o sono solo allucinazioni. Capisci perchè James Caviezel, mentre recitava il Cristo in The Passion di Mel Gibson, salisse sulle rocce seminudo e benedicesse i passanti.

Un luogo mistico, ma non solo. (La forma di quel burrone era strana; come quella di due mezzi imbuti affiancati, separatida un piccolo sperone e riuniti in basso in un apice comune, dove si vedeva, di lassù, una chiesa bianca, Santa Maria dell’Idris, che pareva ficcata nellaterra. Questi coni rovesciati, questi imbuti, si chiamano Sassi. Hanno la forma con cui, a scuola, immaginavamo l’inferno di Dante). Come ha ragione CarloLevi in Cristo si è fermato a Eboli.

Da questo caos di tufo all’apparenza ruvido e arcigno, frutto dell’ingegno architettonico dell’uomo preistorico; da questo intarsio di vicoli pieni di croste, scalinate che si calano come funi polverose, casupole abbracciate le une alle altre per tenersi su e non crollare, raccolte intorno a un pettegolo cortile, soprannominato u vicinato, non esce l’homo sapiens del Paleolitico, l’età in cui gli anfratti delle gravine cominciarono a essere abitati, ma si vedono coppie di sposi che si fanno le foto con l’autoscatto. Un apparente nulla, che invece è cosi promiscuo, coi tetti delle case che si toccano e si fanno calpestare, e le chiese rupestri sorte a partire dall’alto Medioevo, che sono state pure mangiatoie per animali, focolai domestici, giacigli di passioni carnali: luoghi, insomma dal cuore caldo anche se dall’apparenza aspra.

Come la chiesa di Santa Lucia alle Malve, fondata dalla comunità benedettina femminile di Santa Lucia prima dell’anno Mille. Nelle nicchie della suanavata sinistra è custodito l’affresco della Madonna in Trono che allatta il Bambino. Sembrano asceti, anacoreti, pellegrini e anche rabdomanti i turisti solitari che lenti e pensosi risalgono come formiche le maglie di questo pizzo di pietra.E varcano la soglia di Santa Maria dell’Idris, sorella di San Giovanni in Monterrone, dove si strisciava in ginocchio come serpi per chiedere pioggia peri raccolti. Le suppliche erano quasi sempre vane. Ma i contadini lucani non si arrendevano. Bisogna avere la  capa tosta, del resto, per resistere in questi anfratti di tufo e trasformali in dimore rispettabili.

Fantasia e spirito di adattamento che non hanno mai fatto difetto al popolo dei sassi: ebanisti arrotini, sellai, calderai, conciatori di pelli, ma sopratutto costumisti e scenografi di caverne. Lo si vede bene, ancora oggi, dentro la Casa Grotta di vico Solitario, nel Sasso Caveoso, dove gli otri per l’aqua, le pentole di rame, i telai per filare, la mangiatoia degli asini, che erano membri della famigliasono ancora lì , quasi fossero tuttora usati. E le credenze a specchio che raddoppiano le sacre effigi, i letti incassati alle pareti che occupano ogni centimetro di questi spazi minuscoli, quasi fossero case di bambole. Ed è come se si odorasse ancora il profumo del pane a forma di cornetto con la mollica dorata come l’orzo o dei cavatelli, gli gnocchetti di grano duro serviti con le cime di rapa che solo le donne di Matera sanno cucinare come si deve.

E, ancora, l’odore forte del cutturidd, la carne di pecora e di agnello condannata a patire sul fuoco per ore e ore in un sarcofago di terracotta prima di essere servita. Per rotolarsi giù nei Sassi, quello Barisano e quello Caveoso, che sono divisi dalla roccia della Civita, cuore della città, bisogna salire al belvederedi piazza Pascoli. Si trova accanto alla cattedrale in stile romanico pugliese dalla facciata in pietra cava della Vaglia, liscia come una matrona imbellettata per il dì di festa. Da quassù, si gode in tutta la vertiginosa e spaventosa bellezza lo spettacolo della Cappadocia lucana annunciata da San Michele Arcangelo che troneggia sopra il rosone della ruota della vita, indemoniata da un eterno movimento.

Quel brulicare di fedi iniziato nell’alto Medioevo finì per insinuarsi dentro le cripte, stisciare negli anfratti delle rupi, nel ventre delle basiliche ipogee. Versi e precetti in latino e in greco che sembrano rincorrersi ancora oggi lungo il circuito delle chiese rupestri. Sono Inferno, Purgatorio e magari Paradiso. Come si sente nella cripta a impianto bizantino di Santa Barbara che, come un nido d’aquila, se ne sta abbarbicata sul presipizio del torrenteGravina, celando sulle sue pareti l’affresco della santa con la sua immancabile torre. E’ come farsi piccoli e calarsi attraverso uno stretto pertugio enrare nel rione Casalnuovo, infilzati, inesorabilmente vinti dal sole testardo anche in autunno, che condanna all’arsura, al chiarore totale.

I piedi si lamentano ma la curiosità di attraversare indenni questo intrico di case e strade e scale e frantoi per penetrare nella Matera più ortodossa e orientale è la forza che ritma la discesa. Si prosegue fino alle chiese di Sant’Antonio, San Donato, Sant’Eligio e Tempe Cadute, un susseguirsi e incastrarsi di cavità nella  roccia che insieme sono chiamate il Convicinio di Sant’Antonio. Luoghi di preghiera che si aprono su un cortile dall’arco ogivale decorato da uno sbocciare primaverile di motivi floreali. E anche se nel ‘700 questi luoghi di antico culto divennero cantine coi palmenti per la pigiatura dell’uva rimasti ancora oggi a testimoniarlo, vi aleggiano ancora i segni e lo spirito di quei giorni di solingapreghiera. Potrebbe trattarsi non di orazioni ma del vento che si insinua tra i Sassi, annunciato da un sibilo sinistro, un suono simile a quello del cuccù, il tradizionale fischietto di terracotta, a forma di pennuto da cortile o con sembianze umane, ritrovato negli arredi funebri di tombe millenarie, ma considerato anche un amuleto da stringere nelle tasche per i suoi poteri magici.

Ancora misticismo, ancora sacro e profano. Papaveri rossi spuntano dagli anfratti delle pietre quasi a simboleggiare che i Sassi sono vivi. Specialmente quando scema il pomeriggio e le ragazze coi tacchi alti escono per lo struscio. Come in una scena sospesa dei film western, rallentano davanti al crocicchio di uomini fermi di fronte alla settecentesca chiesa tardo barocca del Purgatorio. Ammiccano ai turisti inglesi affacciati alle finestre dell’albergo  spalancate sui Sassi. Poi salgono e scendono ridanciane e allegre dalla scalinatadi piazza San Francesco, formando capannelli davanti all’omonima chiesa barocca. E’ un gioco antico e sempre giovane di sguardi che tagliano la centrale via del Corso, sino a piazza Vittorio Veneto e da lì continua nei rioni dei Sassi, scenografia di baci furtivi che schioccano come spari di carabina dentro le grotte.