Latronico

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Altitudine 888 m.
Abitanti 5507
Distanza dal Capoluogo 152 km.

II toponimo indica un’origine di tipo prediale Latronicum, da confrontare con l’antroponimo latino Latronius. Meno probabile una derivazione da latro, -onis, predone.

Origine attestata

Centro abitato in età Eneolitica da gente di area culturale tirrenica, alla quale succedono popolazioni greche e gruppi indigeni di stirpe lucana. Latronico viene menzionato in una pergamena greca del 1063 in cui è detto che un primo nucleo di abitanti della zona si stabilisce nei pressi del torrente Fiumicello; di lì, poi, si sposta per andare ad abitare l’altura su cui oggi sorge il paese (Marotta 1993,8).

Nel territorio di Latronico sono sparse numerose sorgenti di acque minerali (Fontanelle, Acquasegreta, Schiatta/laschi, Gavitone), le più importanti delle quali sgorgano in località La Calda, a 750 m sul livello del mare, ad una tempera tura di 23° centigradi. Sono acque termali già conosciute dall’uomo della pro­tostoria. A partire dal secolo scorso, sono utilizzate a scopo terapeutico. In località La Calda è stato costruito uno stabilimento termale moderno nelle strutture ed efficiente nei servizi, collegato ad una serie di alberghi che lo circondano.

Esso è una delle principali risorse economiche del paese. L’interesse verso la zona è dato anche dalla presenza di alcune grotte con concrezioni di natura carsica e dai reperti archeologici in esse rinvenuti. Questi, per lo più oggetti litici e ceramiche, risalgono all’Eneolitico e all’età del Bronzo e sono conservati nel Museo archeologico provinciale di Potenza. Per la sua particolare struttura, una delle grotte lascia supporre di essere sta ta un santuario preistorico dedicato a uno dei più antichi culti dell’uomo: l’ac qua.

Tutto ciò è a valle, nella contrada La Calda, appunto. A monte, nel paese, il culto cristiano viene introdotto dai monaci greco-bizantini, i quali pongono S. Nicola di Bari a protettore del centro. Il culto viene latinizzato e il territorio è posto sotto la giurisdizione del vescovo di Policastro. Lo attestano due documenti del 1079 e del 1099. Anche il patrono è sostituito con S. Egidio vescovo cui è dedicata la chiesa parrocchiale e una scultura in alabastro risalente al 1570, opera di Giovanni da Noia.

A questa preziosa statua si affiancano alcuni pezzi di oreficeria, resti di un più ampio patrimonio depauperato da frequenti furti. Vi è ancora un busto di Santo (XIX secolo), in argento; una Croce ad albero (XVI-XVII secolo), anch’essa in argento, sulla cui parte retrostante si nota la sovraimmissione dell’immagine di S. Nicola. La memoria di S. Nicola non è del tutto scomparsa, in quanto sopravvive la chiesa del XIII secolo a lui dedicata. Vi sono poi anche le chiese di S. Michele e del Crocifisso.

Il culto della Croce viene qui introdotto dai padri Gesuiti, signori del feudo. Prima di essi il paese aveva avuto vari feudatari tra cui Giovannello da Montemurro e Nicola De Noya, beneficiati dagli Aragonesi. Vi sono, poi, i Sanseverino, i Palmieri, i Corcioni, i quali ultimi, a causa della loro condotta vessatoria, suscitano un tumulto che porta il popolo all’uccisione di quattro membri della famiglia.

Si è agli inizi del 1600. Nel 1647 altri signori vengono uccisi dalla popolazione, i Roveschieri. Tale sollevazione popolare rientra nelle rivolte di quel  “tragico Seicento” – come lo definiscono gli storici napoletani – creato da Masaniello con la sua rivolta. Anche in Basilicata ci fu lo scoppio rivoluzionario nato dallo scontento dei contadini, sfruttati, affamati, immiseriti. Nel 1648 Latronico aderisce, così come fa tutta la provincia, alla Repubblica proclamata a Napoli e qui in Basilicata rappresentata da Matteo Cristiano, che ne assume la carica di governatore.

Si sa come finisce Masaniello. Tornato il re, egli fa entrare L. nel novero di quel le città regie lucane sui generis, nel senso che egli si impegna a non darla in feudo ai signori laici e la sottopone al dominio ecclesiastico. Assegna Latronico ai Ge­suiti. Soppressa la Compagnia di Gesù nel 1767, il monarca proclama Latronico de manio regio, cioè Università.

La vivacità degli abitanti è protagonista anche dei brevi moti del 1799. Nel corso dei secoli tale vivacità si è però manifestata soprattutto in senso positivo. Essa si è, infatti, incanalata nell’economia, commerciando i prodotti offerti dal bosco: legname, funghi porcini, ovoli e lattaruoli. Sfrutta sapientemente an che il quarzo ialino cristallizzato, l’alabastro bianco, la pirite, il marmo e il tal co, tutti giacimenti del territorio.

Territorio che, chiuso tra i suoi monti, tanto da conferirgli una orgogliosa sicurezza, è stato, fino a qualche decennio fa, uno dei più interessanti sotto il profilo della cultura folklorica. Ciò non gli ha impedito, però, di essere uno dei centri commerciali più vivaci durante il periodo borbonico. È tornato ad essere economicamente vivace grazie alle sue acque, di memoria antica: le terme La Calda.