Lagonegro

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Altitudine 666 m.
Abitanti 6260
Distanza dal Capoluogo 106 km.

Toponimo incerto. Vi sono soltanto ipotesi. Una di queste, forse la più plau sibile, vorrebbe il nome derivato dalla presenza, a due chilometri di distanza dal paese, di un lacus che prende la qualifica di niger a causa della fitta e um­bratile vegetazione circostante.

Leggenda di fondazione

Alcuni studiosi ritengono che antichi banditi Coni, in fuga dalla distrutta Ve lia, si fermano sul colle ed edificano Lagonegro. Altri ne assegnano l’origine ai Lucani, importatori e diffusori della lingua dei Sabini.

Origine attestata

Emergenze archeologiche fanno ritenere l’esistenza di un antico sito del V-IV secolo a.C. È stato localizzato sullo sperone roccioso del Castello. Ad esse si aggiunge la tomba romana di età imperiale rinvenuta nel perimetro di via Popilia.

1799: i germi rivoluzionari si manifestano pure a Lagonegro. I motivi del processo di de mocratizzazione sono molteplici tra cui però anche “opportunistiche gestioni delle circostanze per interesse di conservazione e di conquista del potere locale” (Cestaro-Lerra 1992, 78). Il 5 febbraio è innalzato l’albero della libertà subito divelto e ripiantato e ridivelto e ridotto in pezzi da “un volgo fedelissimo” istigato dal governatore borbonico Donato Barbati, il quale spinge anche “allo svaligiamento della posta” al fine di intercettare la corrispondenza indirizzata in Calabria dal governo rivoluzionario di Napoli (ibidem, 133). Sempre Barba ti fa innalzare un albero “all’entrata della Città, affinchè le truppe francesi, col pite alla vista dello stesso, non si inferocissero contro la Città” (Pesce 1913,281). La rivoluzione si rivela, dunque, velleitaria. L’occupazione francese viene accortamente evitata.

Il governo napoleonico di Napoli l’8 dicembre 1806 elegge Lagonegro, assieme a Potenza e Matera, distretto della Provincia di Basilicata. Le bande sanfedista però non si smobilitano dopo la vittoria del 1799. Continuano le scorrerie e da questa situazione esasperata rinasce il brigantaggio. Ma i soldati inviati dal governo “fanno più assassini” e furti che le comitive di ladri”, come vengono definiti i briganti. Murat ripulisce l’area: trecento morti tra briganti e civili.

Il paese torna a fare professione di fedeltà alla corona, francese, così come ieri l’ha fatta alla borbonica e, andando indietro nel tempo fi no al 1551, a Carlo V, pur di affrancarsi dal potere feudale ed essere incorporato nel demanio regio. Questo evento viene salutato con grande gioia dalla popolazione: rade al suolo il palazzo baronale dei Carafa distruggendo anche i vigneti(dove oggi è la Piazza Grande, ampia tre ettari di estensione), e cambia il nome al paese in Lacus Liber.

Prima di quest’ultima data Lagonegro ha una storia non diversa dagli altri paesi del tempo. La sua posizione è, per l’orografia del territorio, strategica per il controllo del traffico sia verso sud sia verso nord. Lo capiscono i primi abitanti, che co struiscono un sito sullo sperone roccioso del Castello. I Romani spostano l’in sediamento a valle nell’area dell’attuale Piazza Grande. Col medioevo l’abita to torna ad arroccarsi in alto per difendersi dai Saraceni. I Longobardi lo in globano nel Principato di Salerno (IX secolo). Lagonegro rimane fedele alla casa sveva subendo, di conseguenza, le reazioni degli Angioini. Il suo nome appare legato alla contea di Lauria di cui è feudatario l’ammiraglio Ruggero (1245-1304), divenuto leggendario per le sue continue vittorie riportate sugli Angioini in favore dei re d’Aragona, dei quali è al servizio. I suoi discendenti proseguono nel la signoria di Lagonegro e, attraverso una serie di matrimoni e parentele, si arriva ai Carafa.

Questi vengono scacciati da una ribellione del popolo, stanco delle con tinue spoliazioni e vessazioni. Lagonegro ottiene di diventare città regia, cioè Università, cioè con capacità di organizzare la vita amministrativa autonomamente rispet to alla Chiesa e al feudo e di rispondere direttamente al cospetto del re (1551).Ricorda questa data anche lo stemma posto sull’antica Porta di Ferro sul qua le appaiono, oltre alla data, l’Arcangelo Michele e S. Nicola. S. Nicola, dunque. La città di Lagonegro custodisce le reliquie di molti santi: Nicola di Bari, Cataldo, Lucido, Vito, Pasquale, l’intero corpo di Placido, trasportato dalle catacombe romane e quello di Celestino martire, donato da monsignor Ludovici di Policastro.

II primo santo chiamato a proteggerla è Vito, detto Lucano, il quale già nel IV Monastero di S. Maria degli Angeli secolo sparge i semi della nuova religione. Nel XIII gli subentra S. Cataldo, forse come conseguenza degli scambi commerciali con gli abitanti di Tarante di cui è patrono; infine, è la volta di S. Nicola di Bari. A lui si affianca, come co-protettrice, la Madonna della Neve, il cui santuario sorge sul vicino monte Sirino.

Cosa Visitare

La chiesa di S. Nicola, eretta sul fianco settentrionale della rupe del Castello, risale al IX-X secolo per iniziativa dei frati Benedettini. Di stile romanico e con pianta a forma irregolare, contiene pregevoli opere, come un Crocifisso ligneo del XV secolo, la tela Madonna con Bambino e Ss. Caterina e Lucia, di Azzo-lino (pitt. doc. 1594-1645), un paliotto del XVIII secolo ed un’altra scultura li gnea, Vergine e S. Giovanni, dell’ambito di Altobello Persio (scult, doc. 1507-1593).

Nella ricca rosa di chiese qui costruite vi sono S. Antuono, appartenente al l’annesso convento dei padri della Riforma di S. Agostino; S. Pietro, eretta con un ospedale nel 1550; S. Anna, del 1665, con facciata in stile rinascimentale arricchita da elementi barocchi. Quest’ultima fabbrica ha al suo interno il di pinto di Francesco Gaetano raffigurante S.Anna con Maria e S. Gioacchino, nella parte superiore, ed in quella inferiore i quattro Ss. Francesco: d’Assisi, di Paola, Saverio e di Sales (1666). Completano l’arredo della chiesa due sculture lignee: un Cristo morto (1707) e una Madonna in piedi con putto (XV se colo). La chiesa del Crocifisso, già S. Sebastiano, restaurata ed abbellita nel 1707, contiene le sculture Ecce Homo (1706), di Giacomo Colombo, ed Angeli (XVI secolo).

Un altro convento dei frati Cappuccini dedicato a S. Francesco è situato su colle Ovidiano. Fondato nel 1612. Dopo il 1866 viene ridotto a caserma dei soldati. Lagonegro è diviso in due: la parte vecchia include il Castello, le contrade di Calancone e Molara e le piazzette del Purgatorio e del Rosario; la nuova, si estende intorno alla Piazza Grande e alle vie adiacenti.

In piazza del Rosario vi è l’ omonima chiesa, nella quale vi sono i dipinti di Giovanni Balducci (pitt. doc. 1575-1631), Madonna con Bambino e S. Giuseppe e Vescovo e, di Anselmo Palmieri (pitt. doc. 1727-28), Madonna di S. Luca. La chiesa è molto antica, risale al 1005 ed è costruita sulle rovine di un tempio pagano dedicato a Giunone. In principio è una cappella consacrata a S. Cataldo (allora patrono del la città); in seguito viene inglobata nella nuova e più ampia chiesa intitolata alla Vergine del Rosario, dopo la vittoriosa battaglia di Lepanto del 1571. Piazza del Purgatorio ospita il palazzo sede del governatore, le carceri e l’archivio. L’edificio crolla nel 1718 e non è riedificato. In piedi sono, invece, al tri palazzi dislocati in vari punti della città, tra cui i Palazzi Corrado (ora se de vescovile), De Servio, Callotti.

Sulla vetta del monte Sirino, infine, nel 1629 il sacerdote Grisolia edifica il santuario di S. Maria della Neve,che diviene importante centro di culto ma-riano nel lagonegrese. Un culto “laico” è tributato a Monna Lisa ritratta da Leo nardo. Leggenda vuole che “La Gioconda” sia morta a L. nel 1506 di febbre in fettiva durante il suo viaggio di ritorno dalla Calabria a Firenze.
Ha la sua tom ba in S. Nicola, dove è stata sepolta nottetempo, forse per occultare, con discrezione, l’identità di una bellissima donna “giocondamente” amata in se greto da un uomo di potere. (e.f.b.)