Irsina

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Abitanti: 5951
Distanza dal capoluogo: 45 km

Santo protettoreSant’Eufemia, celebrata il 16 set­tembre.

EtimologiaIrsina deriverebbe dal greco xersos, che significa luogo asciutto, spoglio, abbandonato. Più probabilmente è un calco toponomastico del latino hir-sutus, “ispido, peloso” (cfr. voce osca hirpus, “lupo”), sostituito da pelosus nelle lingue romanze. Non è chia­ra neanche l’origine del nome Montepeloso, l’antico nome di Irsina. Secondo il Pacichelli deriverebbe dal greco philos, “amante”. L’ipotesi del Racioppi, più at­tendibile, lo farebbe derivare dal latino pittosus, “cre­toso”, mentre lo storico irsinese Janora propende per Mons Pelosius o Pelusius o Pelosium. Di Pasquale sug­gerisce che pillosus sia voce corrotta del bizantino plusos, che avrebbe indicato una zona rigogliosa e fertile.

OriginiL’origine dell’insediamento, a giudicare dai numerosi ritrovamenti fortuiti di monete, medaglie, vasi, cimeli e persino tombe, risalenti al periodo greco, è senz’altro antichissima. Secondo Strabene, Hirsum e Montepeloso, facevano parte della divisione tribale dei choties, popolazione enotria stanziata nei pressi del fiume Bradano. Proba­bilmente, in epoca medioevale, costrette a difendersi dalle scorribande dei saraceni, degli ungati e dei nor­manni, le popolazioni abbandonarono la valle per ar­roccarsi sul colle di Montepeloso.

StoriaIrsina, un tempo Montepeloso, è, nella sua par­te antica, un pittoresco borgo medioevale, inerpicato su una collina che domina la valle del Bradano. La struttura urbana e l’architettura sono testimonianza di un passato florido, come dimostra l’antica cinta mura­ria, le due porte d’accesso e le due torri cilindriche po­ste all’estremità del paese. Le prime notizie storielle risalgono all’895 d.C., anno in cui Montepeloso, soggetta al principato longobardo di Salerno, venne invasa dalle truppe saracene che in­tendevano assaltare Benevento. Nel 988, i saraceni ri­uscirono a incendiare la città, che venne subito rico­struita e migliorata da Giovanni II, principe di Saler­no. Nuovamente assediata dai saraceni nel 1004, passò sotto il dominio bizantino alla morte del princi­pe di Salerno. Sulla scia della rivolta di Melo di Bari, che porterà alla dominazione normanna in Italia, Montepeloso fu la prima città a insorgere: proprio sul­le sue alture si rifugerà uno dei capi della rivolta anti­bizantina, Dato di Bari, per guidare l’offensiva contro i nemici.

Riconquistata dai bizantini, Montepeloso divenne la roccaforte dei Catapani fino al 1041, anno in cui l’eser­cito greco fu sconfitto dai Normanni. Mont Pelouz fu così assegnata a Trostayne Scitello, che divenne il pri­mo conte della città. Nel 1068 Goffredo, conte di Con­versano, nipote di Roberto il Guiscardo e suo acerrimo nemico, prese la città con l’inganno, promettendo a Godefredo, che ne era il guardiano, un castello più for­te. Le numerose congiure da parte del nuovo conte provocarono la reazióne armata di Roberto, il quale co­strinse Goffredo a/ rifugiarsi proprio tra le mura di Montepeloso. Qui/questi fu sconfitto per il tradimento di Godefredo, il quale ottenne, per questo, il castello di Oggiano.

Montepeloso venne riconsegnata a Goffredo dallo zio solo dietro giuramento di omaggio e fedeltà. Nel 1132, in seguito all’elezione di Ruggiero II, soste­nitore dell’antipapa Anacleto II, e all’alleanza dei ba­roni a favore della causa dei papi, la città venne occu­pata dalle truppe di Tancredi di Conversano, conte di Brindisi. La controffensiva regia non si fece attendere: Ruggiero E. attaccò Montepeloso, dove era Tancredi, e poiché non riusciva a espugnarla, ordinò di costruire delle macchine da guerra, con cui attaccarla da più par­ti e nei luoghi meno fortificati. Montepeloso, urbem munitissimam, venne in gran parte rasa al suolo, molti abitanti uccisi, e Tancredi costretto a impiccare di pro­pria mano il compagno d’armi, Ruggero di Pleuto, pri­ma di giurare fedeltà al re.

Durante il periodo svevo la città divenne parte della Terra d’Andria. Federico II migliorò molto la città, la munì di una solida cinta di mura, e di un bel castello che, secondo la leggenda, donò a San Francesco. Nella lotta contro gli angioini, Montepeloso si schierò a favore di Manfredi, ma nel 1268, dopo la sconfitta di Tagliacozzo, il feudo venne assegnato all’angioino Pie­tro di Beaumont, gran cancelliere del regno. Alla mor­te di questi passò a Giovanni di Montfort, e in seguito andò a costituire la dote di Beatrice, ultimogenita di Carlo II d’Angiò, sposa di Bertrando del Balzo. Nel 1357 il figlio nato da questa unione, Francesco, diven­ne signore di Montepeloso.

Qui, egli si rifugiò quando, dopo esser stato dichiarato ribelle dalla regina Giovanna I, venne inseguito dalle truppe reali che aveva­no il compito di cacciarlo dai suoi feudi. Solo grazie al­l’intercessione di papa Gregorio I, Francesco fu ri­sparmiato e condannato all’esilio. Durante il suo go­verno, con l’appoggio del clero locale, riuscì a cacciare più volte fra Giovanni di Balois, priore di Santa Maria di Juso, arrivando a distruggere il convento. In segui­to ai reiterati attacchi, che gli costarono persino la sco­munica, la comunità benedettina del casale di Irsi, do­vette trasferirsi a Montepeloso, mentre i monaci fran­cesi, giunti a Irsi a seguito dei normanni, che pure avevano avuto non pochi meriti nella vita economica e civile della città, abbandonarono per sempre la valle del Bradano.

Nel 1451, con i Del Balzo, Montepeloso riacquista l’an­tica dignità vescovile, goduta ab antiquo e tolta sine ul-la auctoritate dal vescovo di Acerenza. Ultimo signore di Montepeloso appartenente a questa famiglia fu Pirro del Balzo, il quale fu espropriato dei suoi domini (che passarono alla casa d’Aragona, nella persona di Federico) a causa del suo coinvolgimento nella congiura dei baroni. Con l’arrivo del Cattolico, Montepeloso, divenuta ba­ronia, fu ceduta a Onorato Gaetani d’Aragona, ma i suoi discendenti, per i debiti contratti, furono costret­ti a disfarsene, cedendola per 122.000 ducati al nobile genovese Grimaldi.

Durante questo periodo crebbe l’importanza del­l’università”, ragion per cui Montepeloso divenne sede della Regia udienza provinciale (ben presto spo­stata a causa delle lamentele dei feudatari locali, i quali, per la presenza del magistrato, erano impediti nell’esercizio di privilegi e abusi). Nel 1647, i moti in­surrezionali di Masaniello si estesero anche in questa città, dove furono repressi nel sangue da don Fran­cesco Salazar, il quale, giunto da Napoli in qualità di capitano generale, fece tagliare la testa al preside, uc­cise molti cittadini, ordinò di bruciare i documenti della Regia udienza, e arruolò nelle sue truppe i de­tenuti del carcere. In seguito alla morte di Masaniel­lo, i moti continuarono e la città fu occupata da tre­cento banditi che intendevano ucciderne i titolati e impossessarsi delle terre.

In poco tempo la città di­venne quartier generale di oltre mille banditi, capeg­giati dal salernitano Polito da Pastena. La reazione del viceré non tardò ad arrivare: vennero impiegati duemila uomini nel tentativo di espugnare il paese, ma senza successo. Solo dopo molti giorni di combattimento, i briganti uscirono nottetempo per inse­diarsi nei centri vicini. Dopo la morte del Grimaldi, Montepeloso fu acquista­ta per 70.000 ducati da Girolamo Riario, marchese di Corleto.

Nel 1799 fu tra i primi paesi ad aderire alle idee riformiste e progressiste della Rivoluzione francese. Venne costituita la Municipalità repubblicana, e le elezioni av­vennero con la partecipazione di tutto il popolo e del vescovo. Sempre in quell’anno, Montepeloso si schierò contro le truppe del cardinale Ruffo inviando in soc­corso di Altamura sessantuno uomini, ma la capitola­zione della cittadina pugliese, fece temere la repressio­ne sanfedista. Per questo motivo, il 15 maggio, furono inviati doni e promesse di fedeltà al governo borboni­co. In seguito al suddetto episodio, il duca Giovanni Riario, che aveva aderito alle idee riformiste, fu con­dannato alla decapitazione, riuscendo però a salvarsi e riottenere i beni confiscati.

Durante il periodo napoleonico, vi fu la ripartizione del demanio e la confisca dei conventi. Intanto l’esilio dei borboni alimentava il fenomeno del brigantaggio. A Irsina seminava morte e distruzione il brigante Pedemontano, ucciso nel luglio del 1807 in se­guito a uno scontro a fuoco con i gendarmi. Nel 1821 il feudo passò a donna Giovannina Sforza, sposa del principe rumeno Lavai Nugent. Negli anni immediatamente precedenti all’Unità, Montepeloso fu teatro di innumerevoli moti rivoluzionari e, per la sua caratteristica di cittadina di confine, centro di raccolta di insorti lucani e pugliesi. Nel periodo postunitario le campagne furono infestate dai briganti di Ingiongiola, Crocco e Ninco Nanco. Alla morte del Nugent, avvenuta in Croazia, il feudo passò agli eredi senza che vi fossero, successivamente, ulte­riori rivolgimenti politici. Il 16 febbraio 1895 il Consiglio comunale decise di cambiare il nome in Irsina.

Nel corso del Novecento ha sofferto i drammi comuni a tutto il Sud, dall’emigrazione alla disoccupazione. Al­la fine del secolo ha visto una rivalutazione delle risor­se agricole e soprattutto di quelle turistiche, con l’inse­rimento nei principali itinerari culturali nazionali. Ha dato i natali a illustri personaggi: il letterato Pa­squale Verrone, lo storico Pietro Vernerio, il giurecon­sulto Domenico Maugieri, il matematico Vito Caravel-li, e il letterato Pier Vincenzo De Luca.

Notevole è la cattedrale intitolata alla Beata Vergine Maria Assunta, con impianto a tre navate risalente alla fine del XVTII secolo, ricostruita su un’altra già esi­stente in stile gotico, di cui conserva la parte superiore del campanile, insistente a sua volta su un’altra di stile romanico (parte inferiore del campanile). Al suo inter­no sono custodite alcune belle tele di Andrea Miglionico e della sua scuola, reliquiari e calici di pregevole fattura, un fonte Battesimale “di cotonino mirabile per grandezza e lavoro”, e le splendide statue raffiguranti Sant’Eufemia e la Vergine con il Bambino, attribuite ad Andrea Mantegna.

Le due statue, di notevole valore ar­tistico, descritte dal Verrone come “statue marmoree che superano il nobile ingegno di Fidia e la mirabile ar­te di Lisippo”, furono portate a Irsina, “per terra e per mare”, dal prelato Roberto de Amabilibus, rettore del­la chiesa di Padova, di ritorno al suo paese. Di grande interesse anche la chiesa di San Francesco che, secondo la tradizione locale, sarebbe stata in ori­gine un castello federiciano, donato dallo stesso Federico a san Francesco. Rifatta agli inizi del XVin secolo, conserva ancora oggi elementi del XIII secolo, una tor­re medioevale, probabilmente bizantina, nella quale è ricavata una piccola cappella sotterranea (interessante il ciclo di affreschi contenuto al suo interno).

Nella chiesa del Purgatorio è conservata una bellissima tela raffigurante Le Nozze di Gana del 1600. Nel museo Janora è esposta una vasta collezione di va­si arcaici, manufatti preistorici, monete, cimeli e costu­mi femminili del 1700.