Guardia Perticara

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Latitudine 750 m.
Abitanti 954
Distanza dal Capoluogo 74 km.

Dai latifondi divisi in “pertiche”, assegnati dai Longobardi alle famiglie dei coloni (Racioppi 1889, 47).

Origine attestata

Nell’842 il saraceno Apolaffar, nel suo tentativo di conquista della Basilicata, lascia un presidio nel campo trincerato di Guardia. Guardia Perticara è segnata da una serie di distruzioni dovute agli uomini, alla peste, ai terremoti. I Saraceni la distruggono nel X secolo. Nel 1494 il Castrum Perticar  è ancora disabitato. Il feudo rimane però attivo con i Normanni; esso appare citato nel 1060 come appartenente alla contea di Tricarico. In seguito alla caduta degli Svevi e all’affermazione degli Angioini, Guardia Perticara viene assegnata ai De Modellis e poi, nel Quattrocento, ai Della Marra, signori di Stigliano.

Nel Cinquecento, con la conquista spagnola i possessi del feudo passano ai Carafa e poi agli Spinelli, che ne mantengono il potere sino all’eversione del feu dalesimo (1806). La presenza dei feudatari segna secoli duri per i contadini, sfruttati ed immiseriti dai grandi proprietari terrieri e soggetti ad ogni sorta di servile prestazione. I moti rivoluzionari del 1799, che investono gran parte del Sud, coinvolgono per breve tempo anche il popolo guardianese capeggiato dalla nuova borghesia. Fautori del movimento repubblicano sono Giuseppe Maria Agosto, Gerardo Maria Guidone e Domenico Massaro. Con la caduta della Repubblica partenopea vengono arrestati e inclusi tra i “rei di Stato”.

Il decennio francese si presenta carico di promesse: vengono emanate le leggi eversive della feudalità, le quali lasciano intravedere una distribuzione del le terre ai contadini. Ma le speranze svaniscono presto. Con la caduta del Re gno francese a Napoli ritornano i Borboni. Pur se giuridicamente i signori “non esistono”, rimane lo “status quo ante”. Un altro flagello, la peste, provoca nel 1656 ben cinquecento morti a Guardia Perticara Ancora un flagello: nel 1857 un violento terremoto fa vittime e danneggia grave mente gli edifici, i quali saranno colpiti anche dal disastroso terremoto del 1980.

Oggi queste tristi vicende sono, per fortuna, solo un amaro ricordo. Le case in pietra arroccate l’una accanto all’altra, i palazzi baronali (Sassone, Caporeale, Fanelli, Guidone e Montano), le stradine strette e ripide, la suggestiva piazza danno un’immagine nuova di questo piccolo centro lucano, che vanta anche due bei edifici di culto: la Chiesa Madre di S. Nicolo e la chiesa di S. Antonio. La prima troneggia sul bordo della piazza con struttura semplice, arricchita solo da un bel portale in pietra con bassorilievo raffigurante S. Nicolo.

All’interno si conserva il dipinto settecentesco S. Gioacchino con S. Anna e la Madonna con S. Giuseppe,di ignoto, e una statua lignea S. Nicolo vescovo (XVII seco lo). La seconda, la cui edificazione risale alla fine del XVI secolo e l’inizio del XVII, ha una struttura in pietra. Due oli su tela, Annunciazione (1751), di Biagio Guarnacci, eImmacolata (1857), di ignoto; due sculture lignee, S. Anto nio e Addolorata, del XVII secolo; due leoni erratici, probabilmente cinque centeschi, ne arricchiscono l’interno. (l.d.c.)