Garaguso

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Altitudine: 490 m
Abitanti: 1270
Distanza dal capoluogo: 64 km

Santo protettoreSan Gaudenzio vescovo e martire, celebrato il 23 e 24 settembre.

EtimoII toponimo iniziale, che secondo il Raciop-pi sarebbe Caracaucium o Caraccausium deriverebbe da characias, tipo di erba palustre, e caucmm, luogo basso e paludoso.

Origine attestataII ritrovamento di vasi e statuette di tipo greco rimandano a un centro abitato della se­conda metà del VI secolo a.C, colonizzato dai greci.

StoriaLe origini di Garaguso risalgono alla secon­da metà del VI secolo a.C. quando nel suo territorio esisteva un abitato, risalente probabilmente al perio­do arcaico e tardo arcaico (550-470/450 a.C.) non documentato, che venuto in contatto con le popola­zioni elleniche della costa, subì un processo di ellenizzazione molto rapido, come dimostra la fabbrica­zione di vasi e statuette di tipo greco lì rinvenuti. Non si hanno altre tracce però, fino al 1060, quando Garaguso, terra della contea di Montescaglioso, ap­pare in una bolla dell’arcivescovo Godeno, come feudo alle dipendenze del vescovo Arnoldo di Tricarico. Il feudo di Garaguso viene confermato ancora al vescovo di Tricarico, Roberto, nel 1183, da papa Lucio III.

Dal 1154 al 1168 appartenne a Giuliana, moglie di Adam de Garagusa, di un casato nobile e ficco, probabilmente di origine normanna. Dopo un periodo di grande floridezza, culminata nel 1276, du­rante la conquista angioina, il feudo venne più volte razziato e distmtto, tanto da essere completamente esentato dalle tasse nel 1306. Nel documento in cui si legge di questa esenzione fiscale, Garaguso viene nominata con il nome di Casale. Passò poi dai Luco ai Sanseverino, conti di Tricarico, nelle cui mani ri­mase, salvo una breve parentesi, fino al 1507. Fu poi acquistato da Giovanni di Palo, nobile di Lucera e poi dai Revertera, duchi della Salandra, sotto cui ri­mase fino all’abolizione ufficiale del feudalesimo.

L’evento tellurico del 1694 oltre a provocare nume­rose vittime, fu la causa della distruzione di un terzo dell’abitato, che si estendeva presso la tempa di San Nicola. Il centro abitato, nucleo dell’attuale Garagu­so, venne ricostruito intorno al casolare del conte Sanseverino di Tricarico, nei cui pressi i Revertera fe­cero costruire un palazzo a scopo venatorio. Il ca­stello non fu più ricostruito, anzi, al suo posto Nico­la Ippolito Revertera volle e fece realizzare un edifi­cio quadrato e basso, oggi sede della scuola media.

Venne, invece ricostruita la chiesa, dove i Revertera apposero il loro stemma dando origine a controver­sie e agitazioni di chi voleva che almeno la chiesa fos­se sottratta all’arbitrio feudale. La chiesa che assunse facciata barocca, al cui centro una finestra ogivale fu poi chiusa per far posto all’organo interno, fu adornata da un soffietto di legno a grani e rosoni dipinti. Internamente, sull’altare maggiore, venne posto un quadro del cappuccino Deodato da Tolve, l’ Assun­zione della Vergine. Internamente la chiesa è divisa in due navate, la centrale delle quali è di dimensioni molto più grandi. Sull’altare maggiore si trovano due statue della Vergine seduta in trono con il Bambino, una di legno di rito latino e nota come “Madonna delle Puglie”, e l’altra bizantina.

Entrambe, pur aven­do resistito al tempo e ai terremoti, hanno poi subito deturpazioni di mani inesperte. Su un altro altare, nella navata più piccola, c’è la statua del santo pro­tettore, san Gaudenzio il cui culto risale al XVIII se­colo. Con una prima lettera datata 2 febbraio 1702 il cardinale Gaspare Carpineo donava a don Giuseppe del Mastro l’osso sacro crurale del santo martire Gaudenzio, mentre un’altra lettera datata 8 luglio 1794, parla di una seconda donazione di spoglie sa­cre dello stesso santo alla chiesa di Garaguso. Sebbe­ne l’autorità ecclesiastica stabilisse come giorni di fe­steggiamento il 14 ottobre, a partire dagli anni Ses­santa la festa esterna in onore di Gaudenzio martire venne celebrata il 23 e 24 settembre. La parte più interessante dei festeggiamenti è la processione. Die­tro la croce si dispongono le due associazioni femmi­nili cattoliche, che precedono la statua del santo por­tata a spalla. Seguono i fedeli che per voto cammina­no scalzi e in ultimo tutta la gente del popolo.

Qualora la musica che accompagna la processione si ferma, anche il corteo in segno di protesta interrom­pe il suo cammino. Esisteva una tradizione, poi ca­duta in disuso e già non esistente negli anni Sessanta, che voleva che al santo fosse offerto un albero della foresta, chiamato “maggio”. Nel 1799 Garaguso, e gli altri due comuni lucani di Oliveto e Calciano, formavano unico comune appar­tenente al dipartimento del Bradano del cantone di Stigliano. Nel 1850 Garaguso si staccò da Oliveto, e negli anni immediatamente successivi venne sconvolta dalla reazione borbonica e dagli effetti delle re­pressioni contro i briganti che trovarono rifugio na­turale nelle antiche caverne tufacee del Fondaco. So­lo nel 1913 Garaguso e Calciano diventarono comu­ni autonomi.

Le precarie condizioni sociali ed economiche della popolazione derivanti da realtà produttive arretrate dell’agricoltura, e quasi inesistenti per gli altri settori, furono negli anni Cinquanta la ovvia causa dei feno­meni di migrazione verso le aree industriali del Nord Italia, verso i paesi esteri europei, come la Germania, la Svizzera e la Francia, e verso gli Stati Uniti d’Ame­rica. Il fenomeno, lontano dall’essere attutilo, è oggi ancora una realtà di questo come di altri paesi lucani. Garaguso è stata raccontata in maniera originale e vera dalle mani di un artista locale morto nel 1990 e ancora nel cuore di molti abitanti di questo piccolo centro. Si chiamava Vito Nicola Cerabona ed era na­to nel 1902.

Pastore della montagna, andava fiero di esserlo, e amava essere chiamato “bovaro”. Era un maestro nell’intaglio del legno e servendosi di una roncola e di coltellini realizzava i suoi personaggi spesso usando anche materiali alternativi come la plastica, i bottoni, le lampadine o i pezzi di catene. Nel loro essere primitive, le sue opere ricalcano mol­ta dell’arte contemporanea che, tuttavia, Cerabona non conobbe mai.