Gallicchio

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Altitudine 730 m.
Abitanti 1090
Distanza dal Capoluogo 92 km.

II nome deriva dal basso latino gallitium che vuol dire gualchiera, ma è anche diminutivo di gallimi, quindi “piccolo gallo”; La seconda ipotesi considera galli ictus, colpito dal gallo. Lo stemma del paese raffigura, infatti, un gallo che tira una lancia.

Leggende di fondazione

Nel 1300 Orlando, comandante dei barbari, giunge nei pressi di Gallicchio Vetere, accessibile solo mediante un sentiero segreto nascosto tra i boschi. Fingendosi messo di un principe di un paese vicino, il barbaro si fa guidare da un ingenuo pastore, che ben conosce la strada. Sbarazzatesi della guida, lo spietato Orlando raduna l’esercito e, di notte, sorprende il paese. Pochi superstiti riescono a sopravvivere. Essi si rifugiano nelle grotte scavate nell’attuale con trada Cannine. Questo diviene il primo nucleo del nuovo centro;  l’origine del paese risale alla distruzione di Gallicchio Vetere ad opera dell’esercito romano, già vincitore di Annibale (280-272 a.C.).

Origine attestata

Nella bolla di Godano (1060), arcivescovo di Acerenza, tra i dodici monasteri lucani di pertinenza del vescovo di Incarico è menzionato il Monastero di Gallicchio. Edrisi parla di Gallicchio nella sua descrizione della Basilicata stesa nel l’anno 1154.

Jus primae noctis: un ignobile furto della verginità, un’atroce violenza, un abuso legalizzato, un privilegio immorale di cui gode il feudatario! Malvagio dio del suo feudo, padrone di “roba et anime”, egli, grazie alle leggi del tempo, si arroga persino il diritto di sconsacrare il talamo nuziale. Dolorosamente i novelli sposi subiscono il sopruso, consapevoli che un diniego implicherebbe la morte.

Di tanto in tanto però qualche sposo, spinto dall’amore, dalla gelosia, o forse solo dalla rabbia, trova il coraggio di reagire. È quanto accade durante la signoria di Dezio Coppola (1562-?).
Di quest’ultimo, probabilmente solo in pochi ricordano i limitati lati positivi – come l’impegno profuso nell’incremento edilizio del paese – ma sicuramente in molti rammentano la tragica morte dovuta al suo governo malvagio.

Il popolo, privato della sua dignità, è costretto dal principe a subire angherie di ogni sorta. Il feudatario esercita il mero et misto imperio, ossia il diritto di amministrare la giustizia criminale e civile. E Dezio Coppola esercita con zelo eccessivo questo diritto. I sudditi colpevoli di qualche misfatto vengono legati ad un anello conficcato in un muro nel luogo dove oggi c’è la piazza. In presenza del popolo essi subiscono la punizione inflitta dal signore. Di solito si tratta della flagellazione o, se il reo è un ladro recidivo, del taglio della mano destra.

Dezio non solo amministra efferatamente la giustizia pubblica, ma controlla assiduamente anche la vita privata dei suoi sudditi. A tal fine pretende che le porte delle case siano provviste di un buco dal quale spiare ciò che accade al l’interno. In tale foro vengono quotidianamente inseriti anche dei pannelli il cui numero indica i sudditi che, il giorno successivo, devono andare a lavo rare per il signore. Essi riceveranno in cambio unicamente un misero tozzo di pane, spesso duro.

Una dura morte toccherà al principe. Gliela darà il suo guardiano e maggior domo Gennaro Dilietto. A lui il signore ha promesso di non esercitare lo jus primae noctis. Coppola lo inganna e Dilietto lo scanna.

Il gesto disperato di Gennaro è un ammonimento per i signori che si succedono, a cominciare dal figlio di Dezio, Giacomo Coppola. Questi è infatti noto per l’umanità con cui governa e per la profonda devozione religiosa. Nel 1610, a ricordo della tragica morte del padre, fa scolpire sulla porta della chiesa del Carmine un’epigrafe in latino: è un ringraziamento alla Vergine per il pericolo scampato. Il pericolo cui si riferisce è una sommossa del popolo, stanco di subire abusi tra cui lo jus primae noctis.

L’interno di questa chiesa (1610) conserva, sulla prima arcata della parete di destra, l’affresco S. Anna e la Vergine e santi (1613) di Giovanni Angelo D’Ambrosio di Saponara. Dal Carmine sono state trasportate nella parrocchiale del l’Assunta, detta anche Chiesa Vecchia, la tela dello stesso autore, Madonna del Carmine ed Elia sul carro e la tela Madonna col Bambino tra i Ss. Anna e Nicola, anch’essa forse del D’Ambrosio.

Durante la signoria di Giacomo, il popolo, già provato dal triste governo di suo padre Dezio, viene afflitto da nuove pene. È la peste che, tra il 1630 e il 1656, decima la popolazione. Come Giacomo si è affidato alla Madonna del Carmine per ottenere protezione, così la gente si affida a S. Rocco. Ancora oggi il santo, protettore degli appestati, è qui solennemente festeggiato (16 agosto). Sono passati molti secoli dalla morte di Dezio, ma la gente non dimentica. I più anziani ricordano il detto popolare “non conosce le carni del principe”, con il quale veniva apostrofata maliziosamente ogni ragazza vergine, un’espressione che immancabilmente rimanda all’  iniquo sopruso dello jus primae noctis. (m.t.)