Forenza

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Altitudine 836 m.
Abitanti 3053
Distanza dal Capoluogo 73 km.

A circa tre chilometri dall’abitato vi sono alcuni ruderi dell’antica città di Forentum o Ferentum; Una prima notizia scritta dell’attuale esistenza del paese si ha in un documento del 1084: Pagano, signore di E, dona un appezzamento di terra alla Trinità di Venosa (Ménager 1959, 94).

Lo storico greco Diodoro Siculo parla di un borgo sannita chiamato Ferente occupato dai Romani. Livio, nella sua storia di Roma, definisce Forentum un agglomerato validum.
Esso è quindi “una città forte sì che fu tra le poche dell’Apulia che oppose strenua resistenza agli eserciti romani e fu una delle ultime sottomesse” (Strafforello 1980, 54). I Romani vi riescono nel 317 a.C. Il sito si presenta loro strategicamente importante in quanto consente il controllo della vallata e della fiumara. Certo, sussiste ancora una contraddizione non risolta. Grazio si riferisce ad una humilis Ferenti in pianura, la quale corrisponderebbe, secondo la tradizione locale, all’attuale borgo di S. Martino dei Poveri un tempo feudo dei Templari e oggi scomparso.

Coi Longobardi Forenza fa parte, assieme a Melfi, Venosa, Vitalba, Monteserico e forse Montepeloso, del gastaldato beneventano di Acerenza. Come altre località della Basilicata anche a questo paese tocca l’umiliante signoria di troppi proprietari.  Tra i proprietari di Forenza vi è anche la regina Margherita, che da re Ladislao riceve il feudo assieme a Muro, Atella e Venosa nel 1393.

Fra tanta instabilità feudale vi è, però, una stabilità, quella religiosa. Uno dei suoi aspetti principali è legato alla chiesa di S. Maria degli Armeni o Madonna dell’Armenia. Questa denominazione, insolita, è di derivazione orientale. Tra i popoli qui venuti nell’VIII-IX secolo dall’Oriente bizantino si pensa ad una comunità formata da monaci o mercanti armeni. La chiesa è anteriore al 1196. La sua dedicazione può farsi risalire ad una effigie della Madonna tra sportata dall’Oriente dal nobile conte Ruggero, reduce dalla Crociata. Un documento del 1219 informa dell’appartenenza di questa chiesa alla badia benedettina di Montevergine.

La costruzione fa parte di un convento verginiano soppresso da papa Clemente Vili nel 1596. Oggi non rimangono che ruderi sulla strada provinciale che porta allo scalo ferroviario di F. (Fortunato 1968, II, 25). A partire dalla fine del Seicento la pratica cultuale si sposta sul Crocifisso. Essa viene introdotta dai Francescani Riformati che qui costruiscono un convento nel 1684. Inizialmente esso è dedicato a S. Maria della Stella in quanto edifi cato sul perimetro dell’antica omonima chiesa, quindi prende il nome del SS. Crocifisso (Giugno 1989, 99). Ciò è dovuto alle indicazioni provenienti dal Con cilio di Trento miranti a risvegliare i sentimenti della fede per mezzo di stru menti molteplici, tra cui anche quelli pietistici.

Il Crocifisso di Forenza si inserisce in tale contesto. Le sue caratteristiche sono rappresentate dalla profonda espressione di dolore riflessa sul volto, dalla coloritura realistica e da nume rosi altri dettagli fra cui il grande squarcio sul petto, tratto unico fra gli scul tori francescani. Questo Cristo, per l’intensità drammatica, è collegabile ai Crocifissi coevi dell’Andalusia. È in questo periodo, infatti, che la scuola dei crocifissisti calabro-siculi del Seicento subisce influenze da quella regione spagnola.

Questa di Forenza rappresenta una delle opere più notevoli del Seicento lucano. L’autore è Fra Angelo da Pietrafitta, seguace di Fra Umile da Pietralia, fondatore della suddetta scuola. A rafforzare l’aura di pietà che il Crocifisso deve avere, concorre anche una leggenda secondo cui il frate scultore, non riuscendo a completare il capo del Cristo, sviene stremato dalla fatica. Al risve glio trova l’opera rifinita, forse dalla mano di un angelo. Ancora oggi Forenza dedica a questo Crocifisso una grande festa nota in tutta la regione. Nella chiesa l’opera ha ai suoi lati le statue di Maria Addolorata e S. France sco e tutti e tre insieme sono collocati su un seicentesco altare di pregevole fattura: due colonnine tortili affiancano altre due scanalate e sorreggono la tra beazione dalla quale si protendono due angeli posti a gloria di un’immagine di Dio Padre. L’altare è in legno pregiato.

Altro legno secolare è quello dei cerri del bosco Derricelli. Questo bosco vie ne occupato nel 1799 dai contadini ai quali era stato sottratto il diritto d’uso dagli amministratori del feudatario, quegli stessi che in seguito alle leggi ever­sive della feudalità lo acquistano a poco prezzo divenendo i “nuovi borghesi” di Forenza.  Il bosco, dunque, ha sempre rappresentato una fonte di reddito per il pae se, così come il vino e non da meno le numerose aziende zootecniche, nuova e crescente attività dei forentani. (m.a.)