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Altitudine: 497 m
Abitanti: 9508
Distanza dal capoluogo: 36 km
Santo protettore – Maria Santissima della Croce, celebrata la seconda domenica di maggio; san Rocco, celebrato il 16 agosto.
Etimo – II paese prende il nome da quello del re Ferdinando I (Ferrante) d’Aragona.
Leggenda di fondazione – Una leggenda racconta che, quando l’abbandono di Uggiano divenne inevitabile, un consiglio di anziani, riunitesi per stabilire quale fosse il luogo migliore in cui poter costruire una nuova città, decise di inviare alcuni uomini a esplorare il territorio circostante.
Questi, indecisi se scegliere la collina di Santa Maria Loreto o quella di Ferrandina, avendo notato sulla prima una lepre fuggire per lo spavento e sull’altra una lunga serpe, optarono per quest’ultima, considerando benaugurate il timore che la serpe incute ai nemici. In seguito a questo episodio gli abitanti di Uggiano si trasferirono sulla collina su cui poi sarebbe sorta la città di Ferrandina.
Origine attestata – Alcuni ritrovamenti sul versante occidentale sulle falde del Morrone, fanno pensare che nella zona vi fossero insediamenti umani già ventimila anni fa. La presenza umana, scarsa nel Paleolitico inferiore, dovette scomparire durante tutto il Neolitico, per poi ritornare nella zona durante l’Età del bronzo, e in quella del ferro. In questo periodo, infatti, il territorio fu interessato dalle migrazioni enotrie. All’arrivo dei greci, gli enotri dovettero ritirarsi nell’entroterra (caratteristica di queste popolazioni, infatti, era quella di insediare i centri abitati sulle sommità delle colline). Non è improbabile che sulle colline su cui sarebbe sorta Ferrandina, si sia rifugiata una schiera di cittadini provenienti da Siris, scampati al massacro dei colofoni nel 630 a.C. A questo periodo, infatti, risalgono le numerose sepolture a tumulo rinvenute nella zona. A poca distanza dalla città si trovano i ruderi di Uggiano, i cui abitanti, scampati al disastroso terremoto del 1456, popolarono Ferrandina. Le origini di Uggiano risalgono, probabilmente, a epoca preromana.
Storia – La fondazione ufficiale di Ferrandina, voluta da Federico d’Aragona e dedicata alla memoria del padre, re Ferrante, risale al 1494 (anche se alcuni studiosi, tra cui il Tutini, il Trojli e il Giustiniani, preferiscono collocare l’anno di fondazione nel 1443 il primo, e nel 1454, gli altri due). In un’iscrizione posta su una lapide della casa comunale, infatti, si legge: “Tedericus de Arag. Princeps Altamurae, Dux Andriae, regni admimtus, Locumtenens Generalis Civitatem a solo construxit, muro tinxit, turribus ornavit, ac patema ductus charitate Ferrandinam vocavit, 1494″.
La tradizione vuole che gli abitanti di Ferrandina fossero quelli dell’antica Uggiano, costretti ad abbandonare il paese d’origine, a causa delle numerose e frequenti frane. È lo stesso Federico a darcene notizia, in una lettera del 1498 diretta al cardinale di Napoli, quando scrive: “Rumando la maggior parte di una terra nostra nominata Uggiano in tempo in cui eravamo Principe… fecimo mettere quei cittadini in altro logo, dove è fondata una bella terra nominata Ferrandina; la quale essendo stata fondata per noi… etc.”. In realtà le carte e i documenti del XV secolo, indicano che i due paesi hanno continuato a coesistere per lungo tempo. Il feudo di Uggiano era divenuto parte dei possedimenti di Federico già nel 1487, in seguito alla confisca dei beni di Pirro del Balzo, reo di aver preso parte alla congiura antiaragonese. Federico, resosi conto delle condizioni miserevoli di vita dei nuovi feudi, concepì l’idea di fondare una nuova città e dedicarla alla memoria del padre.
La dotò di solide mura (che ancora nell’Ottocento scoraggiarono le temibili bande di Carmine Crocco, oggi quasi interamente distrutte), provvide alla sistemazione e costruzione di fonti d’acqua potabile, dettò leggi per disciplinare il sorgere di nuove costruzioni. Una volta salito al trono, nel 1496, le conferì dignità vescovile, ma il nuovo vescovo non raggiunse mai la sua sede, o perché deceduto durante il viaggio o perché, dopo la morte del sovrano, nessuno ebbe interesse a reclamarne l’investitura.
Ferdinando il Cattolico la cedette a Bernardo Castriota, profugo d’Albania, nel 1501. Il feudo rimase possesso dei Castriota fino al 1548, anno in cui ritornò agli aragonesi, che lo vendettero, nel 1556, a Don Garzia Toledo, col patto della ricompera. Nel 1573 il patto venne subastato e i Villafranca Toledo rimasero definitivamente padroni del feudo fino all’eversione della feudalità. Ferrandina nacque dunque come città della Corona, per questo priva delle odiose leggi del feudalesimo. Il fatto di essere demanio regio fece sì che fosse meta, sin dalla sua nascita, di molte famiglie provenienti dai paesi limitrofi. A questo periodo risalgono la maggior parte delle case del centro storico (escluse quelle padronali, di età posteriore), e le cappelle campestri.
Le nuove istituzioni, il contributo esterno e il fervore degli ordini monastici, francescano e domenicano, portarono a un’intensificarsi delle attività: si impiantarono i primi uliveti (per cui Ferrandina è famosa ancora oggi) e, per la prima volta a quei tempi, si procedette alla divisione di larghe fette del demanio a vantaggio dei contadini (laddove in altri centri la divisione era operata a vantaggio dei pochi). Il consistente sviluppo agricolo portò alla nascita di un fiorente artigianato che, nei secoli successivi raggiunse livelli di tale perfezione da essere citato, come esempio, negli Annali del Regno delle due Sicilie.
Le maestranze ferrandinesi, chiamate dappertutto, al loro rientro riportavano in paese il frutto delle esperienze vissute. Un esempio sono i “mastri” figlili e i “mastri” muratori, ai quali si devono i complessi nuclei abitativi e la particolarità delle scale poste su volte a collo d’oca. Ai mastri muratori dell’epoca, inoltre, si deve l’introduzione del cotto al posto della pietra levigata, come elemento costruttivo e come motivo decorativo. In questo periodo si sviluppa l’industria tessile. Ogni casa aveva un telaio, di tipo orizzontale, con cui le donne filavano e tessevano le stoffe, riprodu-cendo i vivaci motivi della tradizione e producendo lafiannina, un tessuto di lana morbido e leggero, richiestissimo dalle dame napoletane fino a tutto l’Ottocento.
Ferrandina dunque, per tutto il XV, XVI e XVII secolo fu un’isola felice in un mare di abbandono e arretratezza, di abusi e soprusi da parte dei feudatari. L’abate Pacichelli nelle sue Memorie di Viaggio per l’Europa cristiana, annovera il principe di Montalbano e Ferrandina, tra quelli con una rendita superiore a duemila ducati (a testimoniare la floridezza economica della città). Già nel XVII secolo Ferrandina possedeva una classe borghese che basava la sua ricchezza non sulle rendite, ma sull’esercizio della professione, e investiva i guadagni nell’ampliamento e abbellimento di palazzi e chiese: di questo periodo sono le case padronali, la casa comunale, la chiesa di Santa Chiara, quella di San Domenico, palazzo Cantorie e il massiccio rifacimento della chiesa madre.
Quest’ultima, dedicata a santa Maria della Croce, è caratterizzata da tre portali e tre cupole in stile bizantino. Restaurata nel Settecento, conserva affreschi e dipinti di Andrea Miglionico, una statua lignea raffigurante la Madonna col Bambino del 1530 e due statue raffiguranti Federico d’Aragona e sua moglie Isabella, attribuite ad Altobello Persie. A opera dei francescani (in possesso di una ricca biblioteca) e dei domenicani, sorsero le prime scuole private per avviare i più abbienti allo studio. Ferrandina partecipò attivamente ai moti insurrezionali del 1647, ma è significativo che si schierasse, in un primo tempo, dalla parte dei Reali, tanto da accogliere tra le sue mura Luigi Gamboa, governatore di Basilicata.
All’arrivo di Matteo Cristiano (tra i capi dello stato maggiore rivoluzionario per la provincia di Basilicata, insieme a Giuseppe Griffo e a Ippolito Pastena) dovette liberarsene, probabilmente passando alla fazione awersaria, come dimostra il fatto che non furono registrati scontri. Molti giovani, appartenenti alle classi più povere, seguirono il Cristiano nelle sue scorribande in Puglia e Basilicata. Nel XVIII secolo vi fu un periodo di stasi: non si costruirono più le grandi fabbriche del periodo precedente, ma si abbellirono gli interni di quelle già esistenti.
Nel 1799 anche Ferrandina innalzò “l’albero della libertà”, provvide a eleggere il nuovo consiglio della Municipalità e organizzò gruppi di armati che, guidati da Michele Lo Monaco, saccheggiarono Poma-rico, Salandra e altri paesi vicini. Si consumarono in questa occasione vendette personali per antichi rancori e inimicizie, che poco avevano a che fare con il patriottismo.
All’arrivo del cardinale Ruffo molti ferrandinesi furono condannati all’esilio e tratti in carcere. Vincenzo Venita, riuscito a sfuggire alla condanna, partecipò attivamente alla difesa di Altamura, a capo di un manipolo di valorosi, tra cui numerosi ferrandinesi. Il 2 agosto 1806 segnò la fine della feudalità e il 7 aprile 1808 P”università” di Ferrandina entrò definitivamente in possesso del feudo di Pugliano, dopo una contesa con i padri domenicani durata oltre due secoli. Il feudo, consistente in duemila ettari di terreno fertile e ricco di acque, un tempo appartenuto a Giacomo Raimo, conte di Incarico, venne dato in fitto dal Comune a un gran numero di piccoli contadini.
La lontananza dal centro abitato fece sì che vi fossero costruite tante piccole casette, facilmente raggiungibili. Ciò incentivò l’allevamento del bestiame minuto e la costituzione di un ceto di contadini benestanti. La cittadina prese parte attiva ai moti del 1820, del 1848 e del 1860. La popolazione si sollevò contro i borboni già il 16 luglio, mentre a Potenza l’insurrezione scoppiò il 18 agosto. Ferrandina, per le particolari condizioni economiche e sociali, non ha dato alcun contributo di uomini al brigantaggio. L’ultima insurrezione dei ferrandinesi sarà quella del 1943 contro i gerarchi fascisti.
Nel decennio successivo alla seconda guerra mondiale furono scoperti nel suo territorio cospicui giacimenti di idrocarburi, che alimentarono tra gli anni Sessanta e Settanta una ragguardevole industrializzazione, con la conseguente nascita di aziende chimiche. La crisi del settore e la sottoutilizzazione degli impianti ha determinato, negli anni Ottanta, un fase di deindustrializzazione, cui hanno posto riparo varie iniziative dell’imprenditoria locale e delle istituzioni, provvedendo alla riconversione degli stabilimenti e alla creazione di un parco tecnologico. Gli ultimi anni del secolo hanno visto crescere alcuni comparti manifatturieri, ma hanno evidenziato un serio deficit di infrastnitture.
Ferrandina ha dato i natali a personalità illustri: Filippo Cassola (chimico dell’Ottocento), Fabio Mazzei (presidente nel 1799 della Municipalità repubblicana di Matera), Nicola Lanzillotti (patriota e filosofo vissuto alla fine dell’Ottocento), Domenico Ridola (archeologo, medico e uomo politico vissuto fra l’Ottocento e il Novecento).




