Fardella

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Altitudine 996 m.
Abitanti 790
Distanza dal Capoluogo 150 km.

II toponimo è in relazione alla voce latina falda, la quale può indicare sia, in senso geografico, la parte di un rilievo montuoso più prossima al piano; sia il recinto nel quale il pastore chiude il gregge per ingrassare la terra su cui per­notta. Nel medioevo il recinto è del signore, e dal diminutivo di una falda dominica ha origine il nome del paese.

Origine attestata

In un manoscritto del 5 ottobre 1690, si legge che gli abitanti di Teana, oppressi dal feudatario Missanello, fuggono verso le terre del principe di Bisignano, Carlo Maria Sanseverino. Questi infatti, aiutato dalla moglie Anna Maria Fardella, difende i poveri e gli oppressi dai soprusi feudali. La principessa accoglie nel suo feudo i fuggitivi e consente loro di costruire le prime capanne. Gra dualmente sorge il paese.

Natura e industrializzazione, il delicato scroscio delle acque e il rombo caotico dei motori: come due fiumi, in perenne contrasto tra loro, il torrente Cannalia e la statale Sapri Ionio accolgono il visitatore che si accinge a fare ingresso a Fardella. Il paese è immerso in una valle verdeggiante, circondata dai boschi e dal le montagne del Pollino, bagnata dal Sinni e dal Cannalia, e attraversata dalla superstrada.

Il primo nucleo si sviluppa attorno alla Chiesa Madre di S. Antonio da Padova. Edificata ex novo nel 1703, essa è segnata da un infausto destino: crolla per ben due volte a causa del cedimento del terreno sul quale sorge. Le duplici ricostruzioni avvengono grazie alla generosità degli emigrati e di alcuni fedeli che contribuiscono con ulteriori donazioni. Sotto il suo pavimento vengono tumulati i cadaveri fino al 1884, data della costruzione del cimitero. E non lontano da quest’ultimo vi sono i ruderi della cappella di S. Vita.

In diverse parti del territorio, i Costanza, i De Salvo e i Di Giura, famiglie nobili del paese, hanno una propria cappella. I De Salvo costruiscono un palazzo, ancora esistente nel retro della Chiesa Ma dre, ormai inagibile. I Di Giura, baroni di Chiaromonte, possiedono una casa colonica in contrada S. Onofrio. Fardella  fa parte della loro contea, e diventa Comune autonomo soltanto nel 1947.

Quella appartenente ai Di Giura è la migliore casa colonica del circondario, dedito alla coltura di cereali, legumi, olive, viti, patate, e soprattutto gelso. La fiorente produzione agricola è favorita dall’abbondanza d’acqua. Miracolato dall’acqua è il vate patriota Francesco Leo da Chiaromonte. Il cospiratore, in fuga dalla polizia borbonica, precipita inavvertitamente in una delle numerose cisterne collocate nei giardini delle case di F. Ne esce incre dibilmente illeso.

Paradossalmente, nonostante questa abbondanza, all’inizio del secolo il paese è ancora sprovvisto di acqua potabile. Infatti l’unica sorgente di acqua pura è in contrada Donna Francesca, lontana dal centro abitato. Col fascismo arriva l’illuminazione elettrica. La miseria spinge molti fardellesi ad emigrare. Essi però spesso tornano in occasione della festa della Madonna del Rosario (primo fine settimana di otto bre), di S. Antonio (giugno), dell’Assunta (15 agosto) e soprattutto di quella promossa in loro onore (agosto).

Durante queste ricorrenze il paese si anima di musica e allegria. Mentre le don ne preparano i piatti tipici a base di fusilli e rascatielli impastati con farina di legumi, gli uomini prelevano da dispense e cantine formaggi, salumi e vino. Al rascatiello è dedicata anche una sagra.

Alla gioiosità della festa si contrappone la quiete agreste. Non pochi fardelle si, all’ombra delle querce e dei castagneti dei boschi Serra Cerrosa e Mescle, osservano il lancio del deltaplano, altri raccolgono funghi porcini, ovoli, ordinati, o cacciano nelle riserve di lepri, volpi e volatili, altri ancora preferiscono pescare le trote del torrente Cannalia.