Craco

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Altitudine: 391 m
Abitanti: 911
Distanza dal capoluogo: 60 km

Santo protettoreSan Vincenzo martire, celebrato la quarta domenica di ottobre.

EtimoII toponimo deriva molto probabilmente dalla parola grachium che nel Medioevo significava campo arato.

Leggenda di fondazione - Secondo una leggenda Cra­co sarebbe stata fondata, in epoca medioevale, da un monaco che voleva sottrarsi al fragore delle armi e ri­cercare la pace.

Origine attestataLe sue radici affondano in un pas­sato lontanissimo, quando sorgeva, probabilmente con il nome di Montedoro, per l’abbondanza delle messi, nelle vicinanze del fiume Agri dove si rifugia­rono i profughi dell’antica Siri. Sembra verosimile che sia sorta su un insediamento indigeno, di cui fu­rono rinvenute agli inizi del XX secolo alcune tombe risalenti al Vili secolo a.C. in contrada Sant’Angelo. Intorno al 540 a.C. fu popolata dai profughi dell’an­tica colonia greca di Siris. Gli abitanti si chiamano crachesi.

StoriaL’insediamento di Craco sorge in un’area co­stituita da terreni argillosi e sabbioso-conglomeratici interessati da vari fenomeni di erosione intensiva, di cui i cosiddetti “calanchi” sono l’effetto più diffuso e suggestivo. Da sempre Craco, nonostante l’esiguo numero di abitanti che l’ha costantemente caratteriz­zata, ha avuto una certa importanza strategica in quanto controllava il traffico nelle valli dei fiumi Ga­vone e Agri.

Nel 1060 si ha la prima notizia su Craco, contenuta in una bolla del vescovo di Tricarico, Arnaldo; la ter­ra crachese era dunque una dipendenza ecclesiastica. Il Catalogo dei baroni del regno, redatto tra il 1154 e il 1168 su ordine di Guglielmo II per recensire i ba­roni per la spedizione in Terrasanta, riporta il nome di Craco, il cui primo feudatario era un certo Erberto. In epoca sveva apprendiamo, dal Registrarci ba­roni a cui Federico II aveva dato l’incarico di custo­dire i prigionieri lombardi, che Craco era tenuta da un certo Goffredo. L’avvento degli angioini determinò una vera degene­razione del sistema feudale; in moltissimi feudi si in­sediarono signori di origine francese che pian piano trasformarono il feudo, da semplice concessione o regalia che era, in un bene intoccabile e di proprietà privata.

Dai Registri della Cancelleria Angioina si evince che Pietro di Bcaumont, consigliere del re di Napoli e commissario regio, era signore di Craco, dove pro­babilmente cominciò a costruire il castello (di cui re­sta oggi solo la torre), o quanto meno ampliò quello esistente (di orìgine normanna). Sotto di lui, alla terra di Craco fu riconosciuta “l’  uni­versità” cioè il comune e quindi la possibilità di ave­re un giudice regio, un cancelliere e altri funzionari amministrativi del regno e nello stesso tempo l’onere di pagare le tasse e tributi straordinari in occasione di importanti avvenimenti.

Il feudo conobbe un gran numero di padroni che ogni volta imponevano nuovi tributi e chiedevano omaggi ai contadini e nel 1443, dopo essere stato per poco tempo sotto il dominio degli Sforza, le cui for­tune nell’Italia meridionale durarono poco, passò, come tutto il regno, agli aragonesi. Ai Sanseverino Craco fu infeudata per alcuni decen­ni e a loro spetta il merito di aver completamente in­nalzato nel XVI secolo il castello. Costruito su una rupe a picco, visibile da qualsiasi di­rczione, il castello domina tutto l’ambiente circo­stante e fu in parte un maniero di difesa. Era l’abita­zione del feudatario, ma soprattutto degli armigeri e del governatore; era sede della prigione per i delin­quenti e forse anche luogo di tortura.

Oggi del ca­stello si conservano ancora l’originale portale d’in­gresso e la torre con splendide finestre. Nel corso della seconda metà del XVI secolo Craco raggiunse la massima espansione. Fu fiorente l’attivi­tà dei mastri muratori, dei falegnami, dei carpentieri; si cominciò a costruire i grandi palazzi nobili come il palazzo Grossi e il palazzo Orlando.

Il Seicento fu un secolo terribile e amaro; il terremoto del 1624, la rivolta di Masaniello del 1647-1648, un al­tro terremoto nel 1654, poi il grande flagello della pe­ste del 1656-1658 e la grande carestia del 1683 provo­carono un gran numero di morti, la popolazione dimi­nuì drasticamente e l’agricoltura regredì ulteriormente. Craco viveva nell’isolamento: una specie di viottolo la collegava a Pisticci e raggiungere Matera era un’av­ventura rischiosa a causa dei briganti e dei ladrunco­li che attendevano i viaggiatori agli incroci stradali. Durante la rivoluzione della repubblica napoletana del 1799 Craco aderì pienamente agli ideali liberali, duramente repressi dalla successiva reazione borbo­nica: è ancora rimasta nella memoria la giornata del 4 marzo 1799 quando gli scontri nella piazza del paese si conclusero in un bagno di sangue.

Alla vigilia dell’Unità d’Italia nella comunità crachese vi erano quelli favorevoli a Garibaldi e quelli legatissimi ai Borboni che vedevano nella spedizione dei Mille un pericolo per tutti. Incoraggiati dalla speranza dell’assegnazione delle terre, spinti dall’entusiasmo, molti giovani nel 1860 si mossero da Craco per l’unificazione nazionale. La mancata assegnazione delle terre, la leva obbliga­toria, le nuove tasse del regno crearono un clima di malcontento e di ribellione che diede vita nel paese al fenomeno del brigantaggio. Per molti anni si visse in un clima di miseria, di terrore, di violenza e di spionaggio. Lo Stato dovette intervenire e, a scopo