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Altitudine: 630 m
Abitanti: 1756
Distanza dal capoluogo: 106 km
Santo protettore – Maria Santissima della Serra, celebrata il 6,7 e 8 settembre.
Etimo - Secondo Racioppi il toponimo deriverebbe da colubrarium, luogo che contiene e produce serpi, ma ad altri sembra improbabile che per clima e altitudine il luogo potesse essere adatto a questi animali. Giustiniani propone columbarum, poiché il paese è boscoso e adatto alla caccia di colombi; secondo monsignor Miele, infine Colubrano era il nome di uno scudiere delle prime crociate, in onore del quale il barone del Caffè avrebbe chiamato la cittadina.
Origine attestata – Appare in due carte greche del 1092 e 1098 come Caucigianum (in riferimento al gentilizio Calcidius indicati da Flechia).
Leggenda di fondazione – Una leggenda vuole che Colobraro fosse stata fondata dall’ultimo re dei Goti, Teia, che fu poi sconfitto nel 553 presso i monti Lattati in Campania da un generale di Giustiniano, Narsete.
Storia – L’origine del paese, è da collegare al monachesimo greco, precisamente ai monaci di San Basilio che si insediarono in Italia meridionale intorno all’anno Mille. Attorno al loro cenobio monacale, o laura, costruirono capanne o grotte dove nuclei di persone, tra cui anche coloni greci, si dedicarono alla coltivazione del grano. I nuclei abitativi così formati si estesero prima a diventare casale e poi paesi. Colobraro era all’origine cenobio di Santa Maria di Cironofrio, e le antiche tracce di quel cenobio si scorgono ancora oggi nella cappella di Santa Maria la Neve. Tuttavia alcuni documenti sulla storia dei musulmani di Sicilia fanno supporre che un nucleo abitativo esisteva già prima dell’insediamento monacale, in quanto parlano di un assalto a danno di quel piccolo centro da parte dei saraceni, che nello stesso periodo compirono incursioni simili anche nei territori di Tursi, Rotondella e Bernalda.
Fino al 1122 un personaggio affascinante e per molte ragioni misterioso, Albereda, tenne le terre di Colobraro e Policoro. Come avesse ricevuto tali possedimenti e chi lei fosse, non è mai stato accertato. Forse era figlia di Ugo di Chiaromonte, e poi giovanissima sposa di Roberto il Guiscardo fu ripudiata prestissimo da questi. Sposò certamente, quindi in seconde nozze, Ruggero di Pomenada e morì centenaria dopo aver fatto grosse donazioni ai monaci della badia di Cava dei Tirreni, e, dopo aver riconosciuto, poiché priva di eredi, come suoi nipoti ed eredi legittimi Alessandro e Riccardo di Chiaromonte. Durante la dominazione angioina, nel 1277, Eustasio o Eustachio da Colobraro fu unico signore del paese, prima che il feudo passasse ai Sanseverino. Nella seconda metà del Trecento, la popolazione di Colobraro accolse molti degli abitanti anglonesi, che poi vi rimasero per sempre, dal momento che la loro città non fu più ricostruita.
Dopo il 1556, anno in cui Colobraro venne acquistata da Fabio Pignatelli, i passaggi nelle mani di altri signori diventarono così rapidi da non poter essere seguiti facilmente. Nei due secoli che precedono il 1806, anno dell’abolizione della feudalità, si sa che rimase sotto i principi di Carafa, almeno nominalmente. La diocesi di Colobraro nella prima metà del Cinquecento aveva avuto due vescovi della stessa famiglia, Gian Vincenzo e Oliviero, i quali potrebbero essere considerati un possibile tramite grazie a cui i Carafa arrivarono a Colobraro. Non esiste, però, nessuna documentazione che attesti l’esistenza di un nesso simile, si sa però che i Carafa, pur conservando il titolo di principi di Colobraro ne cedettero il territorio, vendendolo, o affittandolo o dandolo in dote matrimoniale ai Donnaperna.
Nel 1736 nella Relazione del Gaudioso si legge, infatti, che la terra di Colobraro era nelle mani dei marchesi Donnaperna, da cui passò in seguito ai Brancalasso di Tursi, per matrimonio di una di loro, Olimpia, con un Brancalasso. Fu allora che il castello venne abbandonato definitivamente e mai più scelto come dimora. Oggi il castello che è poco più che un rudere non da alcuna possibilità di compiere una ricostruzione attendibile riguardo alle sue origini, che si suppone risalgano al XII secolo. Le uniche notizie attendibili riguardano i dati relativi alla struttura esterna e interna prima dell’ampliamento del 1500 e quelli successivi a opera dei Carafa fornite dal Bretagna. Secondo questi nel castello c’erano oltre quaranta vani al primo piano e grandi magazzini e antri al piano terra; successivamente con la costruzione di muraglioni si formò un altro piano per la costruzione di altre sei sale e di una grande scuderia.
Una galleria sotterranea, oggi non più esistente, collegava il castello alla cappella gentilizia dell’Icona, comunemente detta della “Cona” la cui costruzione sembra di poco anteriore al 1500. La sua struttura, strettamente funzionale al castello, mostra l’influenza di vari stili, come le decorazioni normanne della cupola, quelle orientali della facciata esterna e gli affreschi defl’in-terno. Al suo interno, ai lati dell’altare, una scritta latina informa che la cappella fu voluta dalla principessa Cecinella Carafa e restaurata in seguito da Maria Maddalena Carafa, moglie del marchese Giulio Cesare Donnaperna. La cappella è collegata a una delle tre navate della chiesa matrice di San Nicola, costruita intorno al XII secolo e ampiamente modificata nei secoli. Nel 1933 fu ricostruito il suo campanile crollato dieci anni prima mentre tutta la costruzione che, a causa della natura del territorio su cui sorge, è sempre stata a rischio di crollo, fra il 1952 e il 1963 rimase chiusa per i lavori di ristrutturazione.
Il fenomeno del brigantaggio interessò il territorio di Colobraro, che pur non subendo assalti di grande entità, diede i natali ad alcuni briganti e offrì rifugio ad altri, grazie al fitto bosco a ridosso del paese. Le milizie mercenarie del Borjes, per esempio, partite dalla Calabria si erano fermate e rifocillate a Colobraro prima di raggiungere le bande dei briganti Crocco e Ninco Nanco. Nativi del posto erano Egidio Cosentino, prima contadino e poi membro della banda di Cotugno, Egidio Gimma, anche lui contadino e poi brigante della banda del Cappuccino con il nome di Sciarpagita e Francesco Giuseppe Gulfo, divenuto brigante dopo aver ferito, forse a morte, un proprietario terriero suo vicino da cui aveva subito un torto.
I racconti su altri briganti si moltiplicano, spesso anche senza fondamento storico, e questo fatto come anche una pietra che tuttora si trova in località alle Serre, sulla quale si dice venissero compiute mulilazioni ai prigionieri dei rapimenti, attesta il coinvolgimento emotivo e la paura avvertiti in paese. Del periodo che va dal 1870 alla fine della prima guerra mondiale non si hanno particolari rilevanti che riguardino la storia di Colobraro, oltre al triste elenco dei caduti in guerra. Il problema dell’emigrazione, che già si era fatto sentire negli anni immediatamente successivi all’Unità nazionale diventò di grandi proporzioni con la fine del primo grande conflitto, quando gli imbarchi verso l’America cominciarono a diventare molto frequenti.
Il fascismo fu vissuto in paese senza particolari atti vandalici o soprusi, e anche quando gli alleati canadesi lo liberarono, il temuto ultimo atto di violenza dei tedeschi prima di abbandonare il posto non avvenne. Gli anni del dopoguerra furono quelli in cui avvenne l’occupazione delle terre demaniali non coltivate, la lotta contro l’analfabetismo e l’inizio della grande emigrazione verso il Nord Italia, la Francia, la Germania e la Svizzera.
La popolazione odierna è stata, dunque, decimata dall’emigrazione, e oggi il paese, che fonda la sua economia su attività agricole non sempre all’avanguardia, rimane in una posizione marginale rispetto ad altri centri anche a causa di un posizione geografica non favorevole.
Certamente il nome di Colobraro è più noto per alcuni aspetti legati al mondo della magia, delle credenze popolari, delle superstizioni e iatture, anche se è bene precisare che le fattucchiere, che per esempio, offrirono il materiale di studio a De Martino nel 1949, non sono assolutamente più presenti, e le nuove generazioni, per la maggior parte giustamente incredule, si sono rivelate inadatte a ereditare formule magiche, filtri d’amore o riti propiziatori contro le fatture o il malocchio. Nei racconti popolari dei più anziani, compaiono come in tanti altri paesi lucani, la figura del dispettoso ma innocuo folletto, detto monachicchio, che pare avesse dimora stabile nella casa della famiglia Simeone, o la figura, certamente più spaventosa del lupo mannaro.




