Carbone

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Altitudine 650 m.
Abitanti 1062
Distanza dal Capoluogo 172 km

Secondo la tradizione, il paese deve il nome al primo abate del monastero dei Ss. Elia e Anastasio, Luca Carbone; Il nome è dovuto alla presenza nella zona di carbone, di legna e lignite.

Leggende di fondazione

In passato il luogo dove attualmente sorge Carbone è coperto da enormi castagni. I contadini, che vivono su un’altura limitrofa, odono dei colpi indistinti di scu re provenire dal castagneto. Accorrono incuriositi e assistono ad uno spetta­colo sconcertante: inspiegabilmente i santi Nicola e Luca abbattono gli alberi con un’ascia di ferro. Per fermarli i contadini sostituiscono la scure di ferro con una di legno. Tutto è vano, gli alberi continuano a cadere al suolo. Si tratta di un miracolo: i santi sono incaricati di spianare il terreno sul quale deve sorgere il paese.

Origine attestata

Vari documenti danno notizia dell’esistenza del monastero dei Ss. Elia e Anastasio di Carbone sin dal X secolo. In essi però non si fa alcun accenno al paese, che si suppone sia sorto in questo stesso secolo, ma con il nome di Montedoro . Questa viene riedificata nel 1547 a spese del Comune a testimonianza della fedeltà dei carbonesi alla Chiesa, poiché per parecchio tempo Carbone è considerato dal vescovo di Anglona sul piano religioso alla stregua dei Fraticelli, cioè eretica. L’anno successivo vengono chiamati i frati Minori Osservanti che lasciano il paese nel 1866 per la legge di soppressione dei conventi. Gli Osservanti occupano lo stesso convento dei Fraticelli e lo ampliano.

Questo è il secondo convento del paese. Il primo è quello dei monaci bizantini, rifondato verso la fine del X secolo da S. Luca di Armento, come risulta da una carta del 1059. Luca viene qui “havendo trovato le fabbriche che minacciavano ruina et i costumi dei monaci alquanto depravati, applicossi tanto al riparo di quel li e alla riforma di questi” (Menniti, f. 63 s.). Il convento diventa uno dei più importanti del Sud: tra i secoli XI e XII, è centro di una circoscrizione archi-mandritale, e acquisisce ampi possedimenti fondiari, e la specificità “consiste nel fatto che questo venerando cenobio altro non è se non l’immagine speculare della vicenda cui fu interessato il “monachesimo italo-greco del Mez­zogiorno d’Italia” (Fonseca 1996, 15).

La sua ricchezza è accresciuta dalle donazioni dei vari signori, sia di Carbone sia di altri feudi viciniori. Grazie al rag­giunto prestigio economico e religioso, la signoria monastica di Carbone diventa un terribile concorrente delle fondazioni benedettine (ibidem). I monaci del cenobio esercitano potere giurisdizionale, temporale ed ecclesiasti co sugli abitanti di C. e su quelli dei paesi limitrofi. Si è di fronte ad una signo ria monastica “assimilabile per molti versi ad una vera e propria feudalità ecclesiastica che costituìsce come un’isola intenta a garantire la sua autonomia nei confronti sia dei baroni confinanti sia del vescovo di Anglona” (Cestaro 1993, 73). Prendono il feudo i Sanseverino i quali si mostrano meno generosi dei Chiaromonte e privano il monastero di alcuni possedimenti. Ma il vero collasso inizia nel 1477 con la nomina del primo abate commendatario. La maggior par te di tali abati, che si susseguono fino al 1782, affida a dei vicari il compito di raccogliere le rendite. Tali vicari esasperano con le loro angherie la popola zione la quale, stanca, sul finire del Cinquecento li querela presso il viceré di Napoli. Non succede nulla. Tutto rimane come prima.

Arriva l’abate commendatario Paolo Emilio Santoro, che vorrebbe essere illu minato: capta infatti la benevolenza dei carbonesi concedendo loro molti di ritti, dona ai poveri un terreno, noto come la Difesa della Cucuzza, restaura il monastero e cerca in vari modi di salvarlo dalla crisi. Ma, come egli stesso scri ve nella Storia del monastero di Carbone: “l’animo dei baroni, rimasto spo gliato dal timore del cielo per lo scandalo della dissoluta vita dei monaci e dei commendatari, ferventemente profrompe] a predare i beni del monastero” (Cestaro 1993, 75).

Forte della rivolta dei baroni, anche la gente si muove contro il cenobio. Sono gli anni in cui il Sud è animato dalla rivolta antifeudale di Masaniello (1647-48). Il monastero viene assaltato e il monaco Alfonso decapitato. La sua testa viene lasciata appesa ad un olmo sino all’essiccazione. Ma il cenobio è anche oggetto dell’attenzione dei briganti. Questi assalgono C. per la prima volta il 6 luglio 1806. Anche i nuovi borghe si, armati di moschetto, trovano rifugio nel monastero. A distanza di soli tre anni si ha un nuovo assalto.

Il paese è completamente distrutto e saccheggiato. Una fine quasi simile fa anche lo stesso monastero ma per volere delle trup pe francesi del governo di Napoli. Il danno più grave consiste nella perdita della ricca biblioteca. I suoi paramenti sacri sono distribuiti alle varie chiese del paese. Prima tra tutte la Chiesa Madre di S. Luca, costruita nel 1500. Il pre stigioso e potente monastero dei Ss. Elia e Anastasio oggi è un rudere, nasco sto tra i querceti e i castagneti del Parco nazionale del Pollino. La cappella della Madonna invece è intatta come è intatto quel masso che da il nome al sen tiero – u’ Piscone – che fiancheggia il fiume. Passano i secoli ma esso rimane immobile, illeso, per nulla scalfito dalla forza erosiva dell’acqua e degli agenti atmosferici, (m.t.)

U’Piscone, così è chiamato un sentiero inerpicato, impervio, che lungo la sponda del torrente Serrapotamo conduce alla cappella della Madonna dei Fraticelli. Miseri nel vestiario e umili nell’atteggiamento, i Fraticelli giungono a C. nel XIII secolo. Sono frati scomunicati, “eretici”, perseguitati dalla Chiesa per aver rifiutato la bolla di Papa Innocenzo IV. Essi non accettano di avere all’interno del loro gruppo la figura di “amministratore di beni” accumulabili con la rac­colta dell’elemosina e con le donazioni, in quanto rifiutano radicalmente il con cetto stesso di capitale. Predicano l’assoluta povertà e praticano alla lettera la Regola di S. Francesco. Ben accetti agli abitanti di Carbone, per secoli riescono a scampare alla persecuzione, ma nel XVI secolo sono costretti ad abbandonare il paese. A conferma della loro presenza, rimangono una statua della Madonna e una cappella.