Banzi

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Altitudine 568 m.
Abitanti 1739

“E dessa l’antica Bantia, sede precipua di popoli Bantini: ma nulla sappiamo del prisco esser suo comecché” (Gattini, 10). Essa è citata nelle opere di vari autori latini, tra cui Tito Livio, Plutarco. L’odierna Banzi è una regolare continuazione del locativo plurale Bantiis. Nelle attestazioni medievali il toponimo si pre senta in varie forme: Banda, Banza, Bantie. Si ipotizza che Bantia sia stata costruita “forse da popolazioni dell’Epiro an teriori anche alle colonizzazioni greche” (Racioppi 1889, 380).

Due frammenti della Tabula Bantina, risalente al II-I secolo a.C., vengono scoperti il primo nel 1793, il secondo nel 1963. Sono lastre in bronzo su cui è inciso un testo giuridico bilingue, in latino e in osco (un frammento della pri ma lo si può leggere nel Museo archeologico nazionale di Venosa).

“Quicumque caelsae nidum Acherontiae, saltusque bantinos et arvum pingue tenent humilis Ferenti” (“E quanti abitano Acerenza in alto sospesa come un nido, e le balze baritine e i fertili terreni della bassa Forenza”), canta Grazio nel libro III delle Odi (4, 14 sgg.). La foresta bantina oggi è ridotta a poco più di 300 ettari. Il territorio possiede, dunque, un’estensione rilevante al tempo del grande poeta latino. Ogni saltus appare a lui interamente coperto da un verde lussureggiante capace di ispirargli profonde ed intense sensazioni.

Il rovescio di questa visione è l’orrore di un’imboscata al console M. Claudio Marcello tesa da Annibale nel 208 a.C. La tomba dell’illustre, ma sfortunato ro mano è posta a Venosa lungo l’antico percorso della via Appia. Nonostante la sua folta vegetazione, la foresta contiene parecchi punti in cui è possibile attraversarla, e numerose radure consentono ristoro e riposo. Si dice che Grazio, in viaggio con il padre, si sia fermato presso una fonte, Bandusiae, trovando l’acqua “splendidior vitro”.

Dedica ad essa una delle sue più belle odi (XIII, 13). La posizione della sorgente, che appare anche citata in una bolla papale del 1103 in cui si parla di una chiesa dei Ss. Gervasio e Protasio costruita in “bandusino fonte apud Venusiani”, non è però identificata. Oggi sia della chiesa che della fontana non vi è traccia. Il viaggiatore inglese Norman Douglas fa riferimento a due siti: “fontana rotta” e “fontana del fico” anche se ritiene che la sorgente descritta da Grazio sia ora sotterranea (Dou glas 1983, 64-65).

Il verde intenso della vegetazione affascina i viandanti. Il viaggiatore france se Frangois Lénormant esclama: “Troppo elevate [le colline] perché vi allignino alberi che son propri delle regioni meridionali, vi sorgono spontanei quei d’un clima più rigido: vi sono infatti le querci maestose, i faggi dai tronchi bi gi incrostati di licheni, i castani carichi di ricci.

Vi si incontrano ancora alberi cedui recinti di rovi, e nudi alberi secolari d’alto fusto. Là e qua non è poi raro che si esca all’aperto su verdi praterie guernite di felci e di muschio, dai profumi vivificanti. Rosei ciclamini tappezzano il terreno di alberetti” (trad.) (Lénormant 1963, 227-228).