Aliano

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Altitudine: 497 m
Abitanti: 1369
Distanza dal capoluogo: 106 km

Santo protettoreSan Luigi Gonzaga, celebrato il 21 giugno.

Etimo - II primo nome, di cui si ha notizia, è Praedium Allium: il paese dunque, sarebbe sorto sui possedi­menti di un nobile romano Allius, conservandone il nome anche dopo l’estinzione della gemAllia (il suffis­so “ano” di Aliano, secondo il Picchia, indica “appar­tenenza”).

Un’altra etimologia fa derivare il nome Aliano da Halch (“ascenda”), che indicherebbe salita, altura, luogo emi­nente, alludendo all’ubicazione del luogo.

Origine attestata - Le origini di questo piccolissimo paese, situato nella zona dei grandi calanchi, tra il fiu­me Agri e il suo affluente Sauro, si fanno risalire al VII-VI secolo a.C, all’epoca della colonizzazione enotria. Intorno alla metà del V secolo a.C. agli enotri si affian­carono le popolazioni provenienti dalla Magna Grecia. Fu questo un periodo particolarmente fiorente dal punto di vista economico e demografico. La qualità particolarmente alta dei corredi funebri rin­venuti, durante gli scavi archeologici, nella necropoli di Alianello (corredi di armi nelle sepolture maschili, ela­borati ornamenti in metallo e ambra, rari oggetti di im­portazione in quelle femminili), rivelano che questo in­sediamento dovette rappresentare uno snodo fluviale importante per gli scambi commerciali tra i greci di St­ris Polieion e gli etruschi di Pontecagnano (il corso del fiume Agri, proprio in quei secoli, doveva essere rego­lare e per lunga tratta navigabile).

L’influenza delle comunità più interne della Campania, ravisabile nella ceramica di produzione locale (alari e vasi etruschi) e nel tipo di sepoltura (in posizione supi­na anziché rannicchiata), rende la popolazione di que­sti luoghi diversa da tutte le altre comunità della Luca­nia. La crisi subentrata a partire dal V secolo a.C. è da mettere in relazione con la distruzione di Sibari o, for­se, con l’arrivo dei lucani.

StoriaLa parte maggiore del centro urbano è collo­cata, in posizione scenografica, sul colle che domina la valle del Sauro, nella zona dei grandi calanchi, tra bal­ze e dirupi formati dalla corrosione delle acque. La re­stante parte del paese è formata da Alianello Nuovo e da case sparse. Alianello Vecchio, in gran parte distrutta a causa del terremoto del 1857, fu dichiarata zona inagibile e pericolante già nel 1925, anno in cui gran parte della popolazione fu costretta a spostarsi ad Alia­nello Nuovo (i pochi rimasti, in seguito al disastroso sisma del 1980, furono trasferiti nei prefabbricati siti in località Vituri).

La prima notizia certa dell’esistenza di Aliano è conte­nuta in due bolle, rispettivamente del 1060 e del 1123, in cui si legge che il feudo dipendeva spiritualmente dal vescovo di Tricarico. Durante il periodo normanno, nel 1160, Aliano, feudo da tre militi, faceva parte dei pos­sedimenti di Givano Rossi, signore di Montepeloso. Nella descrizione della vai d’Agri fatta in questo perio­do si legge che il fiume Agri giungeva fino al Castello di Aliano, avvalorando così l’ipotesi secondo cui il paese, prima che frane e terremoti ne sconvolgessero l’abita­to, giungesse con le sue mura in prossimità del fiume. Le uniche notizie pervenuteci del periodo svevo ci in­formano che il feudo doveva concorrere alla riparazio­ne e alla guardia del castello di Pietra d’Acina, appar­tenente al demanio regio, seguendo così l’usanza del tempo, secondo cui i castelli senza feudatario doveva­no essere riparati e custoditi da uomini di altri paesi.

Nel 1269, in epoca angioina, fu possedimento di Gio­vanni Bricaldo, consigliere di Carlo I D’Angiò. Fino al 1310 Aliano fu proprietà di Guglielmo Boiardo, il qua­le ottenne di poterlo assegnare ai figli di secondo letto. Da questo momento in poi, per oltre un secolo, passò nelle mani di diversi signori feudali, alcuni dei quali lo perdettero in quanto dichiarati ribelli. Tra questi, Giovannello di Fuscaldo, a cui subentrò Giacomo Gaetani. Successivamente il feudo passò alla potente famiglia dei Sanseverino.

Roberto Sanseverino, nel 1382, diede in ipoteca il feudo di Aliano, insieme ad altri suoi pos­sedimenti, per poter affrontare le spese di matrimonio della figlia Margherita. In seguito venne confiscato al ribelle Micheletto Sforza di Cotignola, e affidato a Innigo Guevara, conte di Ariano e marchese del Vasto (nello stesso periodo, siamo nel 1445, Alianello è di proprietà di Oliva de Attendalis. Innigo vendette Aliano a Guglielmo della Marra, già si­gnore di Alianello.

Questi, nel 1452 ricevette da Alfon­so il Magnanimo, “per i gran meriti, che si aveva fatti” il titolo di conte di Aliano e di Alianello. A Guglielmo, che aveva sposato Polissena Sanseverino, successe il fi­glio Eligio, principe di Stigliano, il quale, morto senza prole nel 1517, lasciò i suoi beni al nipote Antonio Carafa de Marra. Ai Carata subentrarono, nel 1631, i Gusman, per il matrimonio di Anna Carafa, (la cui do­te, valutata in un milione e mezzo di ducati e settecentomila di mobili, fu la più alta d’Europa) e Ramiro de Gusman, duca di Medina Las Torres, viceré di Napoli. Il periodo passato sotto la dominazione della viceregi­na fu particolarmente triste per Aliano, data la partico­lare abilità della stessa nell’escogitare balzelli e nuove tasse da far pagare ai sudditi.

Alla sua morte, awenuta senza il conforto del marito e degli altri familiari, a causa di una malattia ripugnante, il feudo passò, nel 1644, a Nicola Carafa de Gusman, che allora aveva cinque anni. Morto anche questi senza eredi, il feudo ritornò alla regia Corte che vendette per 122.000 ducati lo sta­to di Stigliano (comprendente Mano, Alianello San­t’Arcangelo e Roccanova) a Donna Olinda Piccolomi-ni, marchesa di Castelnuovo. Rimasero così estinti i ti­toli di principi di Stigliano e conte di Mano. Deceduta donna Olinda nel 1708, ereditò tutti i beni la figlia Gio­vanna, sposa di Giuliano Colonna, la quale, otto anni dopo, morì, lasciando i feudi in eredità al figlio Ferdinando Colonna.

I Colonna, insieme ai Carafa, ebbero il tìtolo di principi di Mano, di cui rimasero signori fi­no alle leggi eversive della feudalità. A Ferdinando Co­lonna, o a Eligio della Marra, viene attribuita la leg­genda dell’uccisione del drago, molto nota ad Mano e ad Manello, riportata da Carlo Levi nelle pagine del Cristo si è fermato a Eboli. Proprio a Carlo Levi, qui confinato dal regime fascista, nel periodo tra il 1935 e 1936, si deve la fama del paese, descritto nel romanzo col nome di Cagliano. L’intellettuale, che negli anni a cavallo tra il 1927 e il 1934 fu il caposcuola della pittu­ra moderna a Torino e uno dei pochi pittori italiani del tempo a godere di notorietà internazionale (oltre a es­sere uno dei più attivi collaboratori di Carlo Rossclli nel movimento Giustìzia e Libertà che poi sfocerà nel Partito d’azione), subito dopo il fascismo, suscitò l’at­tenzione e l’interesse per il Mezzogiorno, facendo ri­scoprire al mondo la civiltà contadina del Sud e parte­cipando come artista, ma anche come politico e intellettuale, alle battaglie per il rinnovamento sociale e ci­vile del Sud Italia (recentemente è stato istituito un par­co letterario dedicato alla sua memoria).

Nell’ultimo decennio del Novecento, grazie anche a iniziative regionali e comunitarie, Mano ha comincia­to a incamminarsi sulla promettente via della valoriz­zazione turistica, alla quale potrebbero aggiungersi i benefici provenienti dalle royalty dell’estrazione del petrolio.

La casa di Carlo Levi oggi è stata adibita a museo con una piccola documentazione sul periodo del suo sog­giorno ad Mano (dove, nel 1975, è stato sepolto per sua espressa volontà). In un antico frantoio è stato allestito il Museo della civiltà contadina. Molto interessante è il borgo antico, tipico per la particolare costruzione delle case, secondo un’antica tecnica costruttiva che utilizza mattoni crudi di argilla, e la chiesa barocca dedicata a san Luigi Gonzaga, che conserva pregevoli affreschi ri­nascimentali e alcuni capolavori della scuola di Luca Giordano, tra cui spicca una Madonna dell’Assunta at­tribuita al Giordano stesso.