Accettura

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Altitudine: 779 m
Abitanti: 2140
Distanza dal capoluogo: 84 km

Santo protettoreSan Giuliano, celebrato due volte al­l’anno, il 27 gennaio e il martedì dopo la Pentecoste.

EtimoSecondo Racioppi il toponimo deriverebbe dal basso latino acdpiter, cioè sparviero, o da acceptor, cioè luogo in cui abbondano gli sparvieri. Altri sosten­gono che derivi dal latino acceptae che nel linguaggio tecnico agrario indicava un lotto, o quota demaniale. Quest’ultima ipotesi sembrerebbe far luce sull’origine del paese come colonia agricola o militare. Infine può anche essere presa in considerazione un’accetta dello stemma di un feudatario che amministrava la giustizia, trovata nei timbri e nei sigilli di antichi documenti.

Origine attestataIn alcuni documenti ecclesiastici del 1060 viene nominata tra i paesi della diocesi di Tricarico con il nome AiAchitorem.

StoriaSecondo la tradizione, Accettura sorse tra il VI e il X secolo e si estese a discapito dei due vicini casali di Gallipoli e Rdja, la cui scomparsa definitiva fu dovu­ta probabilmente ad attacchi nemici. C’è chi sostiene tuttavia che la città chiamata Raja, la cui esistenza è at­testata da vasi italo-greci lì rinvenuti, fosse stata di­strutta da un violento terremoto e i suoi abitanti, rifugiatisi sul monte Piano, avrebbero costruito quello che oggi è il paese di Accettura.

I primi documenti che par­lano del paese risalgono, però, al 1060, quando esso era parte della diocesi di Incarico e aveva il nome àiAchi-torem. Venti anni più tardi con il nome àiAchuniorem fu tra i territori donati dal conte Roberto al vescovo Ar­naldo, mentre nel 1097 e nel 1183 aveva il nome diAu-chitorem in due bolle papali. Gli scarni documenti sto­rici permettono di tracciare solo a grandi linee la storia più antica di questo paese. Il feudo, che era stato di Guaimaro di Capaccio presumibilmente dal 1154, par­tecipò alla rivolta, in appoggio agli angioini contro gli svevi, che fu poi sedata il 21 dicembre 1268. Si hanno notizie sul contributo di Accettura nei lavori di ristrut­turazione dei castelli federiciani di Brindisi e di Melfi, ma non viene nominato nel cedolario del 1277 perché esentato dalle tasse. Qualche anno prima, infatti, a cau­sa di un incendio, il casale era stato completamente di­strutto e i suoi abitanti erano stati costretti alla fuga.

Successivamente, nel 1281, il feudo di Accettura, già della famiglia Bazzane e poi di Bernardo di Sangiorgio, fu donato a Giovanni Pipino di Barletta. Fu poi dote di matrimonio tra la sorella di Giovanni e Nicolo della Marra, e, nel 1380, alla morte di questi senza eredi, il feudo ritornò alla Regia corte per essere assegnato alla regina Margherita. Quando la sovrana, nel 1390, lo do­nò a Beatrice di Ponsiaco, il nipote di Nicolo della Mar­ra avanzò i suoi diritti di successione sul feudo e così, nel 1412, Accettura ritornò ai della Marra.

Alla famiglia dei Carafa passò per legittima successione in quanto Isabella della Marra, che lo aveva ereditato nel 1517 era la moglie di Luigi di Carafa. Nel 1644 l’ultimo dei Ca­rafa de Guzman morì senza eredi diretti e i suoi beni ri­tornarono alla Regia corte. In seguito appartenne ai Colonna da cui, per successione, arrivò agli Spinelli che erano i possessori del feudo quando la feudalità venne ufficialmente abolita nel 1806.

Prima dell’Unità nazionale si sa di alcuni accetturesi iscritti alla carboneria e alla Giovine Italia i quali pre­sero parte ai moti rivoluzionari. Ad Accettura stessa, nel 1848, un tricolore sventolò in piazza, poi chiamata piazza del Popolo, da Pasquale Amodio. Anche l’in­surrezione del 18 agosto 1860 vide la partecipazione del paese con due drappelli.

II fenomeno del brigantaggio riguardò direttamente il paese e trovò adesione soprattutto tra i contadini disil­lusi dalla ridistribuzione delle terre negli anni successi­vi all’abolizione della feudalità (1806). Ridotti alla mi­seria, aderirono in numero cospicuo alla banda del fa­moso brigante locale Cavalcante. È noto l’episodio avvenuto il 21 ottobre 1862 nel bosco di Montepiano quando, dopo essere stati attaccati da un distaccamen­to della guardia nazionale, quindici di questi banditi fu­rono uccisi e le loro teste infilate ai pali ed esposte nel­la piazza principale.

Terminati gli entusiasmi e le speranze postunitarie la popolazione lucana, che in controtendenza con quella del resto d’Italia subì una netta diminuzione numerica, versava in condizioni disperate. Il viaggio del presiden­te del consiglio di allora, Zanardel, avvenuto nel 1902 e che toccò anche il paese di Accettura, portò alla ri­balta nazionale la situazione della regione. In occasio­ne di questa visita il comune aveva presentato una lettera in cui si descriveva la situazione del momento. Si lamentavano, per esempio, la mancanza di fontane e di raccoglimento delle acque che finiva per aumentare i casi di malattie infettive, di un cimitero, di un centro medico, di istituti per la scolarizzazione oltre che una agricoltura arretrata.

Gli sforzi innovatori dello Stato per far fronte a questa situazione si concretizzarono in una legge speciale promossa proprio da Zanardelli il 2 febbraio del 1904, che però non mancò di creare illu­sioni. Nel 1924 in una realtà poco cambiata, se non peggiorata, rispetto a quella di inizio secolo, gli alti esponenti del fascismo di Basilicata abolirono questa legge. Alla fine del secondo conflitto mondiale le condizioni economiche e sociali non si erano evolute di molto. Le speranze riposte sulla Cassa del Mezzogiorno e sul­l’Ente riforma non si erano concretizzate in nulla. L’as­segnazione delle terre aveva riguardato solo ventitré contadini lasciandone alcune centinaia disoccupate.

Né c’era stata adeguata istruzione professionale per migliorare l’agricoltura o si erano fatti passi consisten­ti verso un’istruzione di tipo generale. In quegli anni, dunque, il lavoro era scarso e molta, di conseguenza, l’emigrazione soprattutto verso l’America. Solo due erano le scuole elementari che accusavano, tra l’altro, un’alta inadempienza all’obbligo scolastico. Scarsa era pure l’assistenza sanitaria. Inoltre le infrastnitture pre­carie e l’alto rischio di frane rendevano la zona isolata. Negli anni Settanta la situazione assistenziale e scola­stica migliorò.

Tuttavia, mentre il fenomeno dell’emi­grazione assumeva dimensioni preoccupanti, la mag­gior parte degli abitanti lavorava ancora la terra con molti sacrifici e in maniera ancora rudimentale e con mille difficoltà di spostamento verso la campagna per la mancanza di strade. Molta è stata la fiducia riposta sin da quegli anni nel turismo a carattere residenziale ed escursionistico, soprattutto per la stagione estiva, finalizzati a utilizzare al meglio le enormi risorse na­turali incontaminate dei boschi circostanti. Negli ulti­mi anni il Paese, come molti altri lucani, è però tra quelli a maggior rischio di spopolamento e nel decen­nio tra il 1991 e il 2001 ha subito un calo numerico del 12% dovuto essenzialmente alla storica mancanza di occupazione.

Tuttavia, è proprio l’indigenza della popolazione insie­me con l’elemento naturale rappresentativo di questa comunità, il bosco, unico e irripetibile sfondo alla festa, che rende questo paese famoso anche oltre i confini re­gionali. È la festa del “maggio”, o di san Giuliano, che ha luogo a cominciare dalla domenica di Pentecoste e nei due giorni successivi. Come molte feste pagane pri­mitive, a cui viene spesso associata, essa è passata at­traverso un processo di cristianizzazione ed è oggi de­dicata al santo protettore.